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Sabato 8 Dicembre 2007 - Libertà

Petrushansky: «La musica è cosa viva
e ognuno può interpretarla nei secoli»

Il pianista domani al Municipale con la "Toscanini" in Ciaikovskij

PIACENZA - Saranno le note intense di Ciaikovskij a risuonare domani al Teatro Municipale, dove alle 15.30 avrà luogo un concerto della Filarmonica Arturo Toscanini diretta da Yoel Levi, che accompagnerà un solista dal respiro internazionale, il pianista russo Boris Petrushansky. L'appuntamento, che rientra nella Stagione concertistica curata dalla Fondazione Arturo Toscanini, proporrà un programma interessante: il Concerto in si bemolle minore op. 23 e Manfred, Sinfonia in quattro quadri op. 58.
Ricordiamo che al concerto saranno presenti anche 300 abbonati alla Stagione "Nuove atmosfere", che si tiene all'Auditorium Paganini di Parma.
Maestro Petrushansky, come si accinge ad interpretare questo romantico e struggente concerto di Ciaikovskij?
«E' difficile spiegarlo. Io credo che questo concerto sia molto romantico e teatrale. C'è molta letteratura sotto, molta cultura russa, a partire dal drammaturgo Puskin. Io lo "sento" molto come una specie di sogno. Ci sono sia momenti onirici in questo concerto sia momenti molto drammatici, di scontro tra i personaggi. Ma anche, nel primo tempo, una cosa molto importante: il Fato. Che, nella IV Sinfonia, scritta non molto tempo dopo poiché Ciaikovskij non ebbe una vita molto lunga, venne ripreso dal compositore. Il destino, già dalle prime note dell'Introduzione, viene intarsiato nel Primo tempo e già definisce parecchie cose. Il messaggio è "non si sfugge al proprio destino" e occorre un continuo approfondimento culturale ad ampio raggio, per chi suona l'opera o la ripropone».
Lei proviene dalla più insigne scuola russa: questo la agevola, quando affronta simili partiture?
«Secondo me, no. Così come non credo che gli italiani sappiano interpretare Verdi meglio di altri. E' sbagliato pensarlo perché l'approccio all'uno o all'altro genere musicale non riguarda in realtà l'integrazione statale e politica, ma soprattutto quella culturale. La cultura è sempre l'ambasciatrice di tutto il resto. Così come un pianista francese non suona Debussy e Ravel in maniera più autentica di altri. Intanto "autentico" è un concetto che non esiste, perché nessuno possiede l'unica chiave giusta per interpretare, ognuno dà un suo carattere. Io ho sentito bellissime esecuzioni di Ciaikovskij, Rachmaninov, Shostakovich e Prokofiev non da russi, anzi, spesso e volentieri i russi, se manca una certa cultura musicale, hanno anche più difficoltà perché rischiano di scivolare nei luoghi comuni. La provenienza non conta, conta soltanto il talento, la cultura, la buona volontà e il non avere paura di niente. Certamente ci deve essere un'attinenza scientifica e culturale al compositore. Se uno fa di testa sua, senza saperne nulla, viene una cosa "fatta con i piedi". Ogni opera di un compositore, nei secoli, offre la possibilità di nuove interpretazioni».
La musica intesa come una "cosa viva".
«E' giusto. Non solo per quanto riguarda gli esecutori, pensiamo anche ai registi, che interpretano con una visione moderna le opere di Verdi, Wagner, Mozart...».
Lei è docente all'Accademia pianistica "Incontri col maestro". Ai suoi allievi, prima di tutto, consiglia dunque di farsi una cultura ad ampio raggio?
«Ricette, io stento a darne. La musica è un processo che coinvolge tutto il tuo essere. E' banale dire che ci vogliono molte ore di studio, ma io sento che, a lungo andare, non bastano. Se un musicista ha una cultura più estesa di un semplice interprete, anche tecnicamente ineccepibile, questo si sente. Magari, quando si è giovani, c'è lo stupore dell'abilità. Poi però, se manca il resto, c'è un risveglio molto amaro. E' una cosa ridicola, un po' come vedere un uomo di quarant'anni portare ancora i pantaloncini corti».

Eleonora Bagarotti

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