Domenica 2 Dicembre 2007 - Libertà
Prokofiev, virtuosismo ed espressività
Successo l'altra sera al Teatro Municipale per la Filarmonica Toscanini diretta da Yurkevych
Eccellente prova per la pianista Francesca Carola
PIACENZA - Da due anni a questa parte la Fondazione Toscanini appare impegnata nell'attività di promozione dei giovani talenti musicali piacentini, riservando ai migliori allievi del Conservatorio la rara quanto preziosa opportunità di esibirsi, in veste di solisti, a fianco della sua Filarmonica, in un concerto-evento rientrante nella stagione concertistica del Municipale. L'anno scorso l'iniziativa aveva tenuto a battesimo le violiniste Liù Pellicciari e Rita Mascagna e il pianista Corrado Pozzoli; quest'anno, invece, le luci della ribalta hanno brillato per la pianista Francesca Carola, alle prese con il Concerto n. 3 in Do maggiore per pianoforte e orchestra op. 26 di Prokofiev, partitura ostica e complessa. Completavano il corposo programma della serata la Sinfonia n. 101 detta "della pendola" di Haydn e la Sinfonia n. 1 "Classica" op. 25 di Prokofiev, affrontate da una Filarmonica Toscanini in gran forma, diretta dal maestro di origini ucraine Andriy Yurkevych con gesto fluido e magniloquente.
Francesca Carola è bravissima, non c'è che dire. In questi anni abbiamo assistito alla sua costante e progressiva crescita artistica, e possiamo confermare che dagli esordi, avvenuti due anni fa nel Ridotto del Municipale nell'ambito della stagione cameristica del "Nicolini", ad oggi, di strada ne ha fatta tanta, sia dal punto di vista della tecnica che da quello della maturità espressiva. Nel suo caso, quindi, non è parso azzardato confrontarsi con una delle opere che abitualmente rientrano nel repertorio dei maggiori concertisti, la cui stesura definitiva, intrapresa già svariati anni prima, nel 1917, risale al 1921, mentre Prokofiev, che nel corso dell'estate aveva lasciato gli Stati Uniti per viaggiare in Europa, si trovava in Bretagna. Sempre nel 1917, anno dello scoppio della Rivoluzione, prende luce la Sinfonia op. 25, della quale lo stesso compositore parla profusamente nella sua biografia: «Nell'estate del 1917 rimasi a Pietrogrado tutto solo; leggevo Kant e lavoravo molto. Nacque così l'idea di una sinfonia nello stile di Haydn. Credo che se Haydn avesse vissuto fino ad oggi avrebbe mantenuto la sua scrittura arricchendola però di alcune novità: volevo dunque comporre una sinfonia di questo genere, in stile "classico"». L'opera 25 è poi rimasta in catalogo con questo titolo, rispondendo all'intento preciso dell'autore di rifarsi allo stile del Settecento viennese: Prokofiev tuttavia, non rielabora temi di Haydn ma ne compone dei nuovi nello spirito musicale di quell'epoca: di qui la felicità inventiva di una partitura che brilla per la fresca trasparenza dello strumentale e per una scrittura elegante, punteggiata tuttavia di piacevoli tocchi di humor decisamente prokofieviano. Per tali ragioni ci è sembrata naturale e semplicemente perfetta l'idea di accostarla alla Sinfonia della pendola di Haydn (1794), in cui il potenziale sinfonico del compositore si dispiega al meglio: accolta a Londra con grande favore, deve il suo nome all'andamento iniziale del Secondo tempo, dove lo staccato dei fagotti e il pizzicato degli archi sembra imitare il ticchettio di un orologio.
Fugando tuttavia qualsivoglia vena di ludica superficialità, quest'opera è contraddistinta da una costruzione solidamente ampia e possente, di cui il maestro Yurkevych ha posto in risalto, quasi enfatizzandolo, lo spirito vibrante, già quasi beethoveniano. La Sinfonia si apre con un Adagio maestoso, appena increspato da cupi riverberi, in contrasto ad un Presto dai ritmi incalzanti, cesellato dai violini - agili, scattanti e ben sincronizzati- e arricchito dallo smalto degli ottoni, che, insieme ad una certa enfasi ritmica, regalano alla direzione del maestro russo un tocco quasi haendeliano.
Nella Sinfonia di Prokofiev, invece, la bacchetta di Yurkevych (che qui si trova nel suo "elemento naturale") fa sì che, in accordo alle intenzioni dell'autore, volte ad esplorare nuove potenzialità timbriche, ogni strumento rivesta una parte fondamentale, e non manchi di reclamarla prepotentemente: sontuosa, ridondante, attenta all'effetto dinamico, l'interpretazione orchestrale della splendida partitura prokofieviana ne mette in luce il contrastante dualismo: da un lato lo spirito rigorosamente classicheggiante, dall'altro quell'anelito apparentemente "eroico" che subito dopo Prokofiev si "diverte" a stemperare con strali di pungente, beffarda ironia.
La seconda parte del concerto, invece, è tutta per lei: elegante e sinuosa, in un avvolgente ma sobrio abito lungo nero, capelli professionalmente imprigionati in uno stretto chignon, Carola incanta da subito la platea, con il suo tocco inconfondibile: scandito, tecnicamente marziale, eppure squisitamente femminile. Da acquatico e sommesso, il pianismo della musicista si fa accorato e luminescente nella lunga sezione lirica del Primo movimento, raggiungendo attimi di puro virtuosismo nella pirotecnica sezione solistica. Interminabili gli applausi, tanto da richiamare alla ribalta solista e direttore per ben tre volte.
Alessandra Gregori