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Mercoledì 7 Novembre 2007 - Libertà

Pagliacci, un'opera da rivalutare

Applausi agli interpreti dell'interessante conferenza-concerto a cura degli Amici della lirica
Landini ha parlato di Leoncavallo in Fondazione

PIACENZA - Il giudizio e, soprattutto, il favore di pubblico e critica non sempre coincidono: la complessa, travagliata vicenda esistenziale che accompagna i Pagliacci di Ruggero Leoncavallo, oggi unanimemente considerato uno fra i maggiori capolavori del verismo italiano in campo musicale, ne rappresenta un esempio fra i più tipici: a dispetto del successo trionfale ottenuto dalla "prima" del 21 maggio del 1892, andata in scena al Teatro Dal Verme di Milano schierando sul podio un giovanissimo, quasi esordiente Arturo Toscanini, l'opera di Leoncavallo dovette attendere ben trentadue anni prima di debuttare alla Scala (1924). Le ragioni di questo inspiegabile ritardo vanno ricercate nella fondamentale avversione che la critica musicale dell'epoca nutriva nei confronti dell'intera produzione verista, tacciata di «volgarità» e «superficialità» sia sul piano musicale che dal punto di vista drammaturgico.
Puntuali come ogni anno tornano all'auditorium della Fondazione di Piacenza e Vigevano, in via Sant'Eufemia, le seguitissime conferenze-concerto a cura del professor Giancarlo Landini (organizzate in collaborazione con gli Amici della Lirica), che, in occasione del 150° anniversario della nascita di Leoncavallo (1857, anche se questi dichiarava di essere nato l'anno seguente), verteranno interamente sulla figura del grande compositore napoletano, esplorando gli aspetti meno noti della sua produzione, come le operette Reginetta delle rose e Zazà e le canzoni scritte per i café-chantant di Parigi, ove l'artista visse per un breve periodo di tempo all'inizio della sua rocambolesca carriera. Questi, in sintesi, gli argomenti che verranno trattati nei prossimi due incontri, in programma per lunedì 12 e mercoledì 21 novembre (inizio ore 21, ingresso libero); ritornando alla serata d'apertura, invece, riferiremo che nel corso della sua doviziosa, ma sempre accattivante dissertazione, Landini ha inteso dimostrare l'infondatezza delle sopraccitate posizioni critiche assunte nei confronti del musicista. Non solo Pagliacci analizza con un grado di profondità quasi "psicanalitica" la tematica universale del dolore, ma offre altresì numerosi spunti "metateatrali", che se il relatore non arriva a definire «pirandelliani», poco ci manca: l'intera trama dell'opera, infatti, di cui Leoncavallo, uomo di lettere (fu allievo del Carducci all'Università di Bologna, anche se non portò a termine gli studi umanistici) scrisse anche il libretto, si svolge interamente sul filo sottile che separa la vita dal teatro, la realtà dalla finzione scenica. Ispirati ad un fatto di cronaca realmente accaduto in un piccolo paese della Calabria, al quale il musicista assistette in prima persona da bambino, i Pagliacci, che nell'idea originaria dell'autore dovevano intitolarsi al singolare, Pagliacci, riferendosi al solo personaggio del capocomico, (fu il baritono francese Victor Maurel, che si rifiutava di essere apostrofato con un simile epiteto, ad esigere la "correzione"), raccontano del brutale assassinio perpetrato da Canio, a capo di una compagnia di attori di strada, ai danni della moglie Nedda, colpevole di aver ordito una tresca amorosa, mai effettivamente consumata, con Silvio, ai suoi occhi così diverso dal collerico e rude marito. E qui Landini ha tratteggiato un ritratto dei singoli personaggi di rara lucidità, mettendone in risalto gli aspetti più umanamente moderni: Nedda, creatura libera, figlia di una zingara, mal sopporta il pesante gioco matrimoniale impostole dal gelosissimo consorte, il quale, a sua volta, vive il dramma interiore dell'attore perennemente costretto ad indossare una maschera e a recitare una parte che non rispecchia la sua vera identità.
A rendere ancora più interessante la conferenza sono intervenuti, nel corso della serata, i preziosi "ascolti" dal vivo offerti all'auditorio da uno stuolo di giovani ma sorprendentemente bravi cantanti: il baritono Pierluigi Dilengite nel ruolo del Prologo e di Silvio, il tenore Mauro Pagano in quello di Canio, il soprano Raffaella Battistini nelle vesti di Nedda ed infine il tenore Thomas Vacchi come Beppe e Arlecchino, accompagnati al pianoforte dal maestro Elio Scaravella.

Alessandra Gregori

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