Mercoledì 7 Novembre 2007 - Libertà
A Piacenza, tra libri e buona tavola
Indimenticabili serate alla Famiglia e in Fondazione
PIACENZA - La vita è memoria. E' una frase di Enzo Biagi, l'ultimo Biagi, quello legato alle tradizioni familiari, al ricordo della moglie e della figlia scomparsa e a un tempo andato. E se è vero che la vita è memoria mi tornano in mente, quasi si trattasse di un esercizio di stile, le volte in cui Biagi è stato ospite a Piacenza. Un rapporto saltuario, fatto di presentazioni di libri di successo. Tra il pubblico che ascolta i racconti di questo giornalista che coi suoi scritti è entrato nel cuore di tutti noi e i suoi libri autografati con dedica, conservati come una reliquia nello scaffale di casa.
E allora i ricordi si confondono, penso a un caro amico, Gianni Delledonne e alla Libreria del Corso. Gianni aveva un rapporto tutto suo con il grande giornalista emiliano, forse perché entrambi pulsavano di Emilia vera. Roccabianca di Soragna per Delledonne che indicava in Piacenza una città austera. Forse troppo. E spesso Biagi, negli anni Ottanta, non disdegnava una visita all'amico Gianni, il quale, in pochi giorni, allestiva la vetrina con l'ultima novità dell'amico Enzo e preparava cartoncini d'invito. Certo del successo della serata, raccomandava ad amici e conoscenti di non mancare, perché «Biagi è Biagi e merita la giusta cornice di pubblico».
E così è capitato più volte di essermi trovato nella bolgia della libreria, tra signore agghindate come se uscissero a ballare e lettori particolarmente affezionati ad Enzo Biagi. Scene d'altri tempi, quando le librerie erano gremite di attenti e affezionati personaggi che avevano il culto del libro e quando la tivù non era diventata l'unico veicolo di promozione letteraria. L'immancabile abbraccio tra i due, il sorriso e la cortesia antica e poi una breve conversazione, il libro da firmare e la cena all'Osteria del Teatro, dall'amico Filippo Chiappini Dattilo, con il quale aveva un rapporto particolare e verso il quale nutriva una stima infinita: «Quando giungo a Piacenza - diceva Enzo Biagi - non posso fare a meno di fermarmi da Filippo».
In un'occasione Biagi disse che aveva presentato il suo ultimo lavoro con un viaggio, la definì un'invenzione dell'editore, un viaggio a Praga, il libro si chiamava "Mille camere". Uno strumento di marketing che si verificò fruttuoso, il libro andò molto bene. Enzo Biagi era allora il giornalista che è oggi, molto noto, celebre. E poi Biagi con quel volume tornava a 64 anni, a parlare della sua vita: dall'infanzia al fascismo, dalla miseria ai primi anni al Resto del Carlino, fino alle grandi interviste, ai successi giornalistici e televisivi. Una confessione pubblica. Ma Biagi, apparentemente scontroso, aveva le sue simpatie e a tavola quella sera parlò quasi esclusivamente con il libraio, per il quale aveva stima e rispetto. Ma soprattutto nella bonarietà di Gianni Delledonne, lo scrittore bolognese vedeva parte di quell'Emilia che si era portata nel cuore, fatta di semplicità e di cortesia antica.
E poi, tornando indietro negli anni c'è un'apparizione alla "Famiglia Piasinteina". Metà anni Settanta, forse 1976, presentò "Germanie", uno dei volumi appartenenti per definizione alla "Geografia di Enzo Biagi". Il mondo era ancora rigorosamente diviso in due, eppure Biagi quella sera catturò l'attenzione dei numerosi presenti, probabilmente gli stessi che nel tardo pomeriggio avevano gremito la libreria di Gianni sul Corso, in un'atmosfera familiare e accattivante.
Altra tappa piacentina nel 1981, clima invernale, gennaio. Per la televisione stava girando una rubrica di successo, "Il Buon Paese". Pochi passi, tra il freddo pungente, tra il Gotico e i cavalli del Mochi, aria assorta e mani in tasca. Pochi passi e poi via. «Tutto qui?» gli chiese Gianni Manstretta, indimenticato giornalista di "Libertà". Biagi rispose che si trattava di un'inquadratura iniziale, «una tra le tante». Stava concludendo per Rai Uno un'inchiesta apparsa a puntate qualche mese prima sul "Corriere della Sera". Metteva in risalto l'Italia operosa e attiva, l'Italia dalla faccia pulita, il Paese che produce nonostante tutto. E poi? Una serata alla Fondazione di Piacenza e Vigevano. Al tavolo dei relatori Luigi Bacialli, allora direttore di "Libertà", Giangiacomo Schiavi e Giancarlo Mazzocchi, presidente della Fondazione. Fu un successo. Il pubblico gremì l'auditorium di via Sant'Eufemia e Biagi andò a ruota libera:«"Non sono padano - disse - mi sento italiano. Senza la cultura meridionale oggi saremmo molto più stupidi». Non ebbe peli sulla lingua. Andò a ruota libera, aggiunse che il miglior complimento che gli venne fatto fu quando una signora gli disse che assomigliava a un medico dei bambini e sostenne che «quando un giornalista distrugge la reputazione di un uomo è come se l'uccidesse». Frasi dettate dall'esperienza e da una grande cultura, parole in libertà, senza freni inibitori. Spiegò che aveva amato uomini di destra come Giuseppe Prezzolini e uomini di sinistra come Giorgio Amendola. E poi: «Ho sempre trovato che le donne pagano di più, che hanno più generosità, che si compromettono di più. Anna Karenina si butta sotto il treno, è sempre lei che paga. Madame Bovary ha tutti i rimorsi e i tremori del peccato. La vita degli italiani è segnata dalla donna, dalla mamma, specialmente quando c'era il servizio militare si scopriva un senso della maternità: poi c'è la professoressa, la moglie, la fidanzata, l'amica. Quindi nella fase estrema, la suorina: Ormai il relitto poche iniziative può prendere e la suorina gli dà la spinta nell'ultimo viaggio». Accanto a lui, ieri, non c'era la suorina ma le due affezionate figlie, Carla e Bice.
Mauro Molinaroli