Giovedì 15 Novembre 2007 - Libertà
Dall'operetta di Leoncavallo ai musical
Successo
Conferenza-concerto con Landini, Franchini, Alekperov e D'Angelo in Fondazione
PIACENZA - La vicenda artistica di Ruggero Leoncavallo, che dopo il successo ottenuto con i Pagliacci, portati in scena al Teatro Dal Verme di Milano nel 1892, aveva subito una pesante battuta d'arresto, attinge a nuova linfa vitale incrociando il proprio destino a quello della nascente Operetta, genere già ampiamente in voga nell'Europa orientale del secondo Ottocento, ma diffusasi in Italia solo agli inizia del XX secolo. Un ritardo, quello italiano, generato dal confronto-scontro con l'Opera buffa, ancora prepotentemente in auge nei principali teatri nazionali.
Irriducibile sperimentatore, Leoncavallo, che all'epoca si era già confrontato con la "canzone leggera" dando alle stampe Zazà, piéce ambientata in un cafè-chantant, è fra i primi ad avvertire le potenzialità del nuovo genere musicale, destinato, a breve, a sostituirsi all'Opera, divenuta troppo "seriosa" ed "intellettuale", nel cuore del grande pubblico.
E non sarà il solo ad avere questa brillante intuizione, condivisa con altri musicisti di fama, da Puccini, con la sua Rondine a Giordano, autore di Giove a Pompei. Fatto strano, tuttavia, l'immediato trionfo dell'Operetta nel Belpaese resta maggiormente legato a nomi di musicisti poco noti, come Carlo Lombardo, compositore prolificissimo, attivo in Italia ma soprattutto all'estero.
Prendendo spunto dalla seconda operetta di Leoncavallo (seconda solo in termini cronologici, non in quanto a fama), La Reginetta delle rose del 1910, titolo che può ampiamente rivaleggiare con il sommo capolavoro nel genere, La vedova allegra di Franz Lehár, il musicologo Giancarlo Landini, ospite l'altra sera in Fondazione per il consueto ciclo di conferenze-concerto a cura degli Amici della Lirica, ci ha condotti abilmente in un vertiginoso viaggio nella storia dell'Operetta, dalle sue origini danubiane alla parentesi italiana fino al conclusivo approdo oltremanica nella Hollywood pre-musical. Al suo fianco, pronti a trasformare le parole del relatore in frequenti e altrettanto interessanti ascolti dal vivo, uno stuolo di validi interpreti, quali l'irriverente comico-cabarettista Gigi Franchini, il tenore dall'acuto possente Emil Alekperov e il conturbante soprano-soubrette Elena D'Angelo, accompagnati al pianoforte dal maestro Sandro Cuccuini, artista versatile e carismatico.
La piacevole serata si è aperta con l'esecuzione, da parte della D'Angelo (che con i suoi continui cambi d'abito, dalle originalissime fogge retrò, ha mandato in visibilio il pubblico femminile), de Il valzer delle rose, la romanza più celebre dell'operetta di Leoncavallo, dalla quale Landini ha preso spunto per illustrare i "topos" del nuovo genere musicale, caratterizzato dalla preponderante presenza del motivo danzato (e a farla da padrona è sicuramente il valzer viennese), da un protagonista maschile "monocarattere", quasi sempre un nobile o un principe di qualche traballante staterello balcanico, che si presenta alla fanciulla di turno sotto mentite spoglie, e dal leitmotiv del "matrimonio misto", determinato dal fatto che il nostro eroe inevitabilmente si innamora di povere fioraie, come la stessa Lilian, la Reginetta delle rose di Leoncavallo. Più avanti, tuttavia, la figura della Cenerentola tende ad essere sostituita da quella della Sciantosa, e qui la mente corre subito alla "terribile" Frou-Frou del "Bal Tabarin" di Leon Bard (pseudonimo con il quale Carlo Lombardo diede alle stampe l'irriverente operetta La duchessa del Bal Tabarin, dalla quale il soprano ha intonato proprio l'aria di Frou-Frou).
Fra gli altri ascolti che hanno animato la serata, introdotti dalle puntuali e doviziose note di regia da parte di Landini, ricordiamo il duetto per tenore e soprano Tace il labbro, l'intervento comico di Niegus-Gigi Franchini, e la famosissima canzone d'ispirazione magiara Vilia, interpretata dalla D'Angelo, tratti da La vedova allegra, quindi l'appassionata Tangolita da Ballo al Savoy di Paul Abraham per Alekperov ed infine Ma senza donne (Franchini) ed il duetto L'ora d'amor (Franchini-D'Angelo) dall'esilarante Principessa della Czarda dell'ungherese Emmerich, rappresentata a Vienna nel 1915. Il nome di questo musicista, scampato al secondo conflitto mondiale rifugiandosi in America, offre un luminoso esempio di come l'operetta non sia mai morta, ma, "esportata" negli States, sia infine confluita nel musical: si pensi infatti che la Duchessa di Chicago (1929), risalente al soggiorno statunitense di Kàlmàn, mostra già dichiarate influenze gershwiniane.
ale. gre.