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Lunedì 12 Novembre 2007 - Libertà

Liliana Cosi: «La mia vita da étoile»

La celebre ballerina presenterà la sua autobiografia domani all'Auditorium della Fondazione
Un'esistenza vissuta alla ricerca della perfezione

Si intitola étoile, sottotitolo La mia vita (edito da Città Nuova), l'autobiografia di Liliana Cosi, una delle più famose ballerine italiane, che sarà domani sera alle 21 alla Fondazione di Piacenza e Vigevano, in via S. Eufemia. E questo libro, 220 pagine fitte fitte, è una cavalcata nel tempo, nella memoria, in una vita vissuta alla ricerca della perfezione, intessuta di nuove emozioni, della voglia di migliorarsi in continuazione, di scoperte, incontri, luoghi, personaggi, fatti e vicende, ma soprattutto di danza e di fede. Non a caso il volume è dedicato a Chiara Lubich: "In riconoscenza per avermi dato la chiave che trasforma ogni dolore in bellezza, ogni buio in luce. E ad ogni lettore perché scopra una via che porta alla felicità".
Già, la felicità. La si può catturare in mille modi, ma Liliana Cosi è riuscita a prenderla soprattutto grazie al proprio lavoro e alla convinzione che senza un gancio in mezzo al cielo sia impossibile vivere, nel bene e nel male. E' affabile, cortese, entusiasta. Ha voglia di parlare, di lasciarsi andare.
Che cos'è per lei la danza?
«La danza è la mia vita, rappresenta qualcosa di molto importante per me. Tenga però conto che si tratta di un mezzo, per il raggiungimento di qualcosa di superiore che è nel cuore, nell'anima, intorno a noi. Oltre la danza c'è l'arte, oltre l'arte c'è Dio. Ecco, io penso di avere dedicato la mia vita a un'attività che mi ha dato mille soddisfazioni, che mi ha consentito di viaggiare, di incontrare tanta gente, di crescere professionalmente, di allungare i miei pensieri come quando le punte si allungano per arrivare a un punto indefinito che è poi finito, ma pur sempre importante. Ho iniziato giovanissima, e da allora non ho più abbandonato questa attività che è soprattutto un dono d'amore».
Com'è stato l'incontro con Chiara Lubich?
«L'ho conosciuta quando avevo 23 anni, agli inizi della mia carriera, e mi è parso di essere toccata da Dio. E' una donna straordinaria, sa trasmettere sensazioni positive perché, in fondo al viale, c'è ancora un'altra strada che conduce a un fine ultimo. In lei ci sono la bellezza, lo spirito che dev'essere alla base di ogni uomo. Chiara Lubich è una donna straordinaria, sa darti una carica incredibile, ed è per questa ragione che mi sono affezionata a lei».
Etoile, una stella. E' questo il titolo del libro. Tutto ciò sta a significare che lei si sente una stella nel mondo della danza?
«Le stelle brillano perché mangiano il buio, questo si dice. E ogni volta chi sale sul palcoscenico dev'essere in grado di brillare, di catturare l'attenzione del pubblico. Deve avere qualcosa che ti illumina, che ti fa sentire viva e va oltre la tua attività, che ti illumina il cuore e l'anima. In questo senso ho voluto dare questo titolo. E poi, attraverso il libro, ho sentito la responsabilità di dire al pubblico ciò che avevo sperimentato ed era per me più intimo. In genere, un artista preferisce parlare con le sue opere, e in questo caso ho fatto tante cose: l'attività alla Scala, il mettermi in proprio con la mia compagnia, le nuove produzioni, l'insegnamento, le iniziative culturali. Nonostante ciò, mancava qualcosa. Spero di averlo detto in queste pagine. Mi sono prefissa di scriverne una al giorno, non una di più, non una di meno, per non intralciare il mio cammino professionale. E davanti al computer ho cercato di immaginare i volti dei lettori, lasciando scorrere nella mente e nel cuore gli episodi della mia vita che potevano interessare anche la gente comune».
Le soddisfazioni più grandi?
«Non è stato facile emergere in Unione Sovietica, eppure, insieme a Marinel Stefanescu sono riuscita a farmi apprezzare là dove la danza è qualcosa di magico, straordinario, intenso. Il Bolscioi ti regala emozioni meravigliose, il pubblico che ti osserva sa trasmetterti una forza e una capacità davvero incredibili. Ecco, la Russia ha significato per me la consapevolezza di essere un'artista che poteva esibirsi nei palcoscenici di tutto il mondo. Ma le soddisfazioni sono anche altre: quando parlo ai giovani, o quando insegno. Ho un'intensa attività e prego Dio di poterla continuare nel tempo, grazie soprattutto alla salute. Perché senza quella e senza la fede non vai da nessuna parte».
Lei, a un certo punto della sua carriera, ha lasciato la Scala per mettersi in proprio. Per quale ragione?
«Ho pensato che avevo dato tanto al teatro milanese, e che la Scala aveva fatto altrettanto con me. Ho sentito il bisogno di camminare per conto mio e nel 1978, con Marinel Stefanescu, ho deciso di promuovere la danza a Reggio Emilia, dove ho un'importante scuola, molto frequentata da giovani, e dove ho avuto modo di dirigere anche l'Aterballetto. Non è stato facile lasciare un teatro stabile importante per mettermi in proprio, ma c'era il desiderio e la voglia di misurarmi con il mondo attraverso le mie capacità e senza un ombrello sopra la testa. Credo di esserci riuscita».
Come riesce a conciliare le sue tante attività?
«Al centro della mia vita c'è la danza. E il balletto non è solo un'esibizione davanti a un pubblico che osserva, è qualcosa di più. E allora credo che sia doveroso trasmettere, ai tanti giovani che hanno potenzialità e grandi doti, quei valori e la tecnica necessaria per migliorarsi, per crescere, per portare avanti un'attività che richiede tanto sacrificio e tanto impegno, in una società che a volte, paradossalmente, ci lascia credere che i sacrifici a poco o a nulla servono. Ma non è vero. Senza l'impegno e la consapevolezza che ogni cosa va conquistata giorno per giorno, non arrivi da nessuna parte».
Lei farà parte dei 40 testimonial, nel 2011, per la ricorrenza dei 150 anni dell'unità d'Italia.
«E' vero, la cosa mi ha riempito di soddisfazione. La lettera del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano mi ha dato tanta gioia, anche perché insieme a me ci saranno personaggi quali Dacia Maraini, Alda Merini, Andrea Camilleri, Salvatore Accardo, Ennio Morricone, Ermanno Olmi, Roberto Benigni e Renzo Piano, tanto per fare qualche nome. Tutta gente che ha dato tanto, con il proprio lavoro e con la propria arte, a questo Paese. Anch'io credo di avere dato, e questo riconoscimento rappresenta un fatto importante, anche se penso di avere molto da dare alla gente, e ai giovani in particolare».

MAURO MOLINAROLI

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