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Lunedì 22 Ottobre 2007 - Libertà

Il naturalismo tra arte e scrittura

"Scrivere l'arte": Giorgio Fontana alla Galleria Ricci Oddi

E' opinione diffusa che la pittura figurativa ottocentesca e primonovecentesca sia piuttosto distante oggi dal sentire del grande pubblico e in particolare dei giovani, che immaginiamo più attratti dall'astrattismo, dallo sperimentalismo e dalle avanguardie artistiche del secolo appena trascorso.
Eppure, evidentemente, non è così, se una tela dipinta quasi cento anni fa dal pittore veneto Giuseppe Ciardi in ossequio al più tranquillo e sano naturalismo paesaggistico del tempo, riesce a ispirare l'idea e le parole per un racconto dei nostri giorni, a uno scrittore di soli 26 anni.
Questo, infatti, è quello che è successo ieri con il terzo appuntamento di Scrivere l'arte (l'ormai tradizionale serie di incontri della domenica mattina organizzati dalla Galleria Ricci Oddi con la Fondazione di Piacenza e Vigevano), nel corso del quale il giovane scrittore Giorgio Fontana ha letto al pubblico - ancora una volta numerosissimo - il racconto ispiratogli dall'osservazione del dipinto Cavallo bianco di Ciardi, esposto nella Galleria d'arte moderna di via San Siro.
Introdotto da Paola Bassi, collaboratrice della Ricci Oddi che faceva le veci degli organizzatori dell'evento, il direttore della galleria Stefano Fugazza e Gabriele Dadati, assenti in quanto impegnati a rappresentare la galleria fuori città, Giorgio Fontana prima di procedere alla lettura del proprio racconto ha spiegato come la scelta sulla tela di Ciardi gli fosse stata dettata da un elemento particolare dell'opera: la presenza, nell'intenso paesaggio naturale dipinto dall'artista, di quel cavallo bardato di tutto punto, sentito subito dal giovane scrittore come elemento fortemente legato agli uomini, al lavoro della terra.
Ecco dunque spiegato il soggetto del racconto creato da Fontana: la storia di un gruppo di giovani che si ritrovano in un cascinale, tra campi di grano, boschi e radure, per provare - in una sorta di "comune" stile anni '70 - a dar corpo a un'utopia, ad astrarsi dal consorzio degli uomini per ritrovare un più stretto rapporto con la natura. Tra questi giovani, l'io narrante, però, si trova alla fine a disagio: non riesce ad appartarsi del tutto dal mondo degli uomini e non riesce ad affidarsi del tutto a quello della natura, con un dissidio interiore che trova ai suoi occhi un'odiosa rappresentazione nella presenza di un solitario cavallo bianco, che il giovane spesso incontra nelle sue passeggiate, ogni volta bardato di tutto punto, con tanto di aratro ancora attaccato al corpo, cinghie, paraocchi e cavezza, ma solo ed inerte, fermo, immobile al centro di una radura, intento soltanto a brucare l'erba.
Quel cavallo - ha spiegato al termine del reading lo scrittore - diventa agli occhi del protagonista il simbolo del proprio fallimento in entrambi i mondi: quello fittizio del cascinale, del quale non riesce a far parte, e quello concreto degli uomini che lavorano e vivono la loro vita nella società, dal quale egli aveva tentato di fuggire e che invece, attraverso l'inquietante presenza dell'animale, continua ariaffacciarsi.

CATERINA CARAVAGGI

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