Fondazione di Piacenza e Vigevano Stampa
  Rassegna Stampa
spazio
  Comunicati Stampa
spazio
  Eventi Auditorium Piacenza
spazio
  Eventi Auditorium Vigevano
spazio
  Comunicazione
spazio

 
Home Page     Rassegna Stampa   


Sabato 13 Ottobre 2007 - Libertà

Amor mugnaio e mozartiano

Teatro Municipale - Applausi all'opera di Nicolini, per la regia della Grandis
Interpreti brillanti con la "Zanella" di Dorsi

Piacenza - Ah! Le irresistibile seduzioni della campagna! Il sommesso gorgoglio dei rivi, le verdi distese erbose, i campi di grano al tramonto, l'acqua che scorre fra le pale di un mulino, e, soprattutto, le belle "molinare" di cui invaghirsi seduta stante, come avviene per il "contino" Armidoro alla vista della smaliziata Lauretta, consorte di Bartolone, mugnaio di un piccolo borgo non meglio specificato.
«Amenissima campagna irrigata», recita infatti la didascalia del libretto di Giuseppe Foppa, musicato dal nostro antico ed illustre concittadino Giuseppe Nicolini, autore dell'Intermezzo giocoso (in un atto) portato in scena l'altra sera al Municipale dagli studenti del Conservatorio. Dopo gli importanti allestimenti realizzati nel corso degli anni passati, fra i quali Il geloso sincerato, sempre di Nicolini, e La serva padrona di un giovanissimo Mozart (2006), l'ateneo musicale di via Santa Franca torna ora con una nuova produzione, L'amor mugnaio, nella regia della docente Sonia Grandis, composizione giovanile di Nicolini (rappresentata per la prima volta nel 1794 a Genova, al teatro Sant'Agostino, e sempre nello stesso anno a Venezia e a Firenze, nel teatro della Pallacorda ), che ha visto impegnata, a fianco di un promettente cast di attori-cantanti, un'Orchestra Amilcare Zanella in forma smagliante, diretta con piglio severo e rigoroso dal maestro Fabrizio Dorsi. Classica commedia degli equivoci, che molto deve alla Commedia dell'arte e contemporaneamente al genio di Da Ponte, librettista della Trilogia mozartiana, l'opera di Nicolini, che si è deciso di rappresentare nella riduzione apportata al libretto originale da Cosimo Mazzini, a sua volta trascritta e revisionata da Mauro Sironi, appare interamente basata sul vecchio trucco dello scambio di persona, che, applicato reiteratamente a più personaggi, non rischia, così facendo, di risultare scontato.
La vicenda prende il via con l'arrivo in campagna di Armidoro (il tenore Manuel Pierattelli), esponente di una nobiltà inesorabile declino (gli echi della Rivoluzione francese sono ben lontani dal sopirsi), accompagnato nel suo breve soggiorno agreste dal fedele servitore Cibandola (il baritono Matteo Mazzoli), perfetta incarnazione di un vanitoso cicisbeo settecentesco (ed alla buona riuscita del ruolo concorda sicuramente lo splendido costume realizzato, come gli altri, da Daniela Casati Fava, un trionfo di sete rosa e grigio perla sormontato da un imponente parruccone incipriato che sembra tosto uscito da un quadro di Hogarth)). Incapricciatosi di Lauretta, Armidoro non esiterà a tessere una fitta trama di inganni, puntualmente smascherati dalla sua svenevole (ma all'occorrenza ben pronta a sfoderare gli artigli) promessa sposa, la Baronessa Lisaura (il soprano Francesca Lanza), assistita dalla fedele e anonima servetta (il soprano Raffella Montini). Lauretta, in collera con il pavido marito che, in preda alla soggezione nei riguardi di Armidoro, la presenta come la «sorella promessa sposa al suo amico Pippo (impersonato dal baritono coreano Lee Won Jun), finge di accettare la spudorata corte del nobilastro, salvo poi adottare studiate moine al momento di riappacificarsi con il consorte (e come non ravvisare in lei la Zerlina del Don Giovanni di Mozart o la Rosina del Barbiere di Rossini?). Il quale, del resto, pur di non compromettere l'onore dell'amata sposa, ed essendo venuto a conoscenza dello scellerato piano di Armidoro, intenzionato a rapirla, non esiterà a mascherarsi proprio da Lauretta, e solo l'arrivo a Palazzo della Baronessa, che nel frattempo ha avuto un violento alterco con la rivale, metterà fine alla messinscena. Manco a dirlo, tutto si conclude per il meglio, fra riappacificazioni e ritorni di fiamma, celebrati dallo sfavillante coretto finale, ove tutti e sette gli interpreti cantano la ritrovata felicità ed il conte, caso più unico che raro, invita tutti a festeggiare, nobili e villani insieme. Lampanti, dunque, i contatti con Mozart: i violenti attacchi di gelosia di Lisaura sembrano modellati su quelli di Donna Elvira, il contrastato rapporto fra Signore e servitore-buono-a-nulla ricalca da vicino il binomio Don Giovanni-Leporello. E che dire dell'improvvisa magnanimità del nobile che per un giorno, nell'occasione extra-ordinaria della festa, ardisce a mischiarsi con i "villani"? Un espediente ancora una volta mutuato dal Don Giovanni. Agli interpreti il merito di aver saputo ricreare il clima galante e lezioso dei salotti di fine Settecento, evocato attraverso una gestualità volutamente ariosa, quasi danzata, tutta inchini, piroette e salamelecchi, ma che all'occorrenza, come nella scena della bastonatura di Cibandola da parte di Bartolone e Pippo, situazione tipica della Commedia dell'Arte, ha saputo "eccedere" enfatizzando le movenze in senso comico-parodistico.
Ottima anche la scelta delle voci, forse non potentissime ma fresche, duttili e agili (nonché supportate da una dizione sempre perfettamente scandita), e dunque congeniali allo stile dell'opera (è pertanto d'obbligo ricordare che i protagonisti sono stati preparati dalle docenti di canto Laura Groppi e di Adelisa Tabiadon). Infine le scenografie, rivelatesi un piccolo capolavoro: sul palcoscenico, quasi a suggerire un vezzoso quadretto bucolico, piante ad alto fusto, un aratro carico di fiori, un'altalena ed una maestosa balaustra per facilitare le uscite di scena; sullo sfondo, invece, proiettate in sequenza, una carrellata di immagini della campagna piacentina (catturate dalla telecamera di Paolo Guglielmetti). L'intento della Grandis era infatti quello di ricreare uno scorcio della Piacenza di fine Settecento, a metà fra la campagna aperta e il podere nobiliare. La serata, promossa dal Comune e dalla Provincia, realizzata in collaborazione con Fondazione Toscanini, Fondazione di Piacenza e Vigevano e Camera di Commercio, e dedicata all'Admo, ha comprensibilmente registrato una forte affluenza di pubblico (platea tutta esaurita e qualche palco occupato), nel quale figuravano autorità ed esponenti del panorama culturale cittadino: da segnalare, in prima fila, la presenza di Francesco Saverio Borrelli, ex procuratore capo della Repubblica di Milano, in qualità di presidente del conservatorio "Verdi".

Alessandra Gregori

Torna all'elenco | Versione stampabile

spazio
spazio spazio spazio
spazio spazio spazio