Mercoledì 17 Ottobre 2007 - Libertà
La rivoluzione del pensiero occidentale
All'auditorium della Fondazione inaugurata l'iniziativa "LezioniLetture" con un incontro sulla filosofia
Hegel e la "Fenomenologia dello Spirito" tra illuminismo e idealismo
Georg Wilhelm Friedrich Hegel, spartiacque profondo tra illuminismo ed idealismo, amato ed altrettanto odiato nel corso dei secoli, nodo problematico di una cultura che da lui nasce e prende avvio. A duecento anni dalla sua pubblicazione, la Fenomenologia dello Spirito, opera fondamentale del filosofo tedesco, ancora suscita laceranti interrogativi e numerosi dibattiti: terra di confronto stavolta è stato l'Auditorium della Fondazione di Piacenza e Vigevano, che nella giornata di ieri ha visto animarsi una fervida discussione sul celebre testo del padre dell'idealismo assoluto. Tanti i protagonisti dell'incontro, "diretto" dal docente piacentino Franco Toscani davanti ad un ampio pubblico, costituito in maggioranza da studenti di "Colombini", "Respighi" e "Gioia", coinvolti con alcuni insegnanti nello svolgimento della giornata di studi: primo fra tutti Carlo Sini, docente di filosofia teoretica all'ateneo di Milano, ma anche Piero Coda, Remo Bodei e Daniele Bonelli. Il tema era scottante: l'analisi di un'opera, la Fenomenologia, che dalla sua pubblicazione ha completamente rivoluzionato il moderno pensiero occidentale, capolavoro vivo ed affascinante da molti considerato un'"introduzione al sistema", attraverso cui Hegel ha scardinato completamente le precedenti concezioni di realtà, storia e religione.
«E' il rapporto che si instaura fra il tema dello Spirito e la figura di Cristo il nodo portante dell'opera» ha esordito Coda, teologo alla Pontificia università Lateranense di Roma «una relazione che non può ignorare l'ambiguità strutturale che Gesù ha nel pensiero hegeliano: volto storico di Dio, attraverso cui l'Assoluto si manifesta, e nel contempo figura storica di Anticristo». E' una problematica complessa ed affascinante quella che Hegel pone nella Fenomenologia: un'ambiguità radicale che va spiegata senza dubbio alla luce del quadro storico in cui il filosofo vive, tra apogeo dell'illuminismo e la sua crisi, dovuta all'emergere delle istanze idealistico-romantiche.
«Hegel riconosce la dialettica insita nell'epoca dei Lumi» ha continuato Coda «proprio perché non può ignorare quella dimensione di abissalità, di mistero umano che dal razionalismo settecentesco non viene considerata». Ecco quindi la risposta: non la "lucidissima follia" di Hölderlin, non l'Assoluto di Schelling, considerato come "la notte in cui tutte le vacche sono nere", ma la necessità di superare la separazione attraverso una riconciliazione razionale e politica, sociale ed etica. La chiave è nel Cristianesimo: «ma non nella figura storica di esso» ha precisato Bonelli «nella "coscienza infelice" che riconosce l'Assoluto, ma non ne vede la presenza nella storia; è il Cristianesimo inteso come "comunione di cuori", in cui il divino è in ogni uomo». Posizioni prepotentemente attuali, quelle portate in superficie dal professore piacentino che insegna al "Respighi" ed ha dimostrato come l'amore per la storia e la passione incandescente per l'Assoluto rappresentino delle costanti nelle opere hegeliane, dalla "Fenomenologia" fino agli scritti teologici giovanili.
«Sono temi che si intrecciano» ha infatti continuato Bonelli «e concorrono alla creazione del monismo panteistico di Hegel: la storia diventa il luogo di incontro fra divino ed umano, teofania in cui l'Assoluto prende carne». Il rapporto vita/storia è stato anche al centro dell'intervento di Sini, che ha evidenziato «la novità di un'opera in cui l'uomo si comprende nella storia».
«La vita dell'uomo esiste solo nella sua contingenza storica» ha continuato lo studioso «è l'inquietudine di ogni istante e nel suo legame con la storia è totalità che riposa quieta nel suo movimento». A concludere una domanda: siamo ancora Hegel? La risposta di Sini è univoca: «Noi abbiamo finito di raccontare la storia perché ora c'è la memoria senza concetto. Non esiste più un sapere filosofico globalizzante: torniamo alla certezza sensibile in cui sono presenti infinite molteplicità».
BETTY PARABOSCHI