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Sabato 15 Settembre 2007 - Libertà

Ulisse naufrago verso l'Inferno

In piazza
Castellarquato: Dattilo legge Dante e Frare commenta

Bello talvolta rinfrescare ricordi scolastici più o meno lontani. Ancor più bello immergersi nei suggestivi canti della Divina Commedia di Dante come l'altra sera in piazza della Collegiata a Castellarquato quando - nell'ambito di Silenzio, vi racconto, incontri letterari a cura della società Castellarquato cultura e turismo, Comune di Castellarquato, Fondazione di Piacenza e Vigevano e Camera di Commercio - Salvatore Dattilo ha letto e Pierantonio Frare commentato il canto XXVI dell'Inferno.
La lettura iniziale, ricca di pathos e trasporto emotivo, ha subito proiettato il numeroso pubblico nei meandri dell'inconscio, nelle oscurità infernali dell'ottava bolgia dove si confondono realtà e mito e da cui sbuca una figura leggendaria, il callido Ulisse con Diomede eternamente avvolto in una "fiamma cornuta". Frare, docente di letteratura italiana alla Cattolica di Piacenza, ha subito sottolineato la particolare costruzione del canto «evidente da tre segnali: nei versi 19-24 riflessione dell'autore; accentuata retorica nei versi 64-68; natura del personaggio, non dell'Italia duecentesca ma unico del mondo classico. Dante non conosceva il greco, per lui Ulisse era da un lato astuto ed ingannatore, dall'altro audace e curioso. Sono entrambi viaggiatori, Ulisse naufraga e Dante si paragona ad un naufrago, naufragio definitivo per uno, salvezza per l'altro».
Ma ben più importante è il significato etico e filosofico del famoso episodio: «Dante tornerà dal viaggio oltre i limiti dell'umano perché guidato dalla virtù, Ulisse invece non si è mai lasciato guidare, lui stesso guida i suoi compagni, la "compagnia picciola", usurpa un ruolo, non è guidato da Dio, non vuole riconoscere la dipendenza da qualcuno. Viaggio come estrema frode, vittime i compagni e lui stesso, non un salire ma un precipitare in un viaggio sempre a sinistra, sempre di notte e, quando si inabissa, prua verso il basso, verso l'inferno».
Acuto il commento finale: «Questo succede quando la conoscenza non riconosce i propri limiti, quando c'è separazione fra scienza e morale, scoperta e risultato, ricerca e personalità».
La rilettura di Dattilo dopo l'intervento di Frare ha ulteriormente rinvigorito la tragica grandezza del personaggio, ha acuito il senso di sospensione e di attesa perché "lo maggior corno della fiamma antica" comincia a parlare ben oltre la metà del canto. Dattilo inoltre non ha accentuato i solenni versi danteschi, anzi li ha assecondati in modo pacato perché intento di Dante era di dare un quadro realistico ed oggettivo con l'"accento della modestia". Nelle parole di Ulisse non c'è infatti nessuna enfasi, solo un invito - "fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza" - a sfidare il mare aperto, l'infinito, a raggiungere una "montagna, bruna per la distanza" ma "il folle volo" fu inesorabilmente stroncato da una tempesta "com'altrui piacque". Importanti inoltre tono ed impostazione di Dattilo per ribadire il finale sconsolato, senza rimpianti o rimorsi, solo l'accettazione dignitosa e distaccata di una misteriosa volontà superiore. Prossimo appuntamento con la Divina Commedia giovedì 20 settembre, ore 21, sempre in piazza della Collegiata con un altro personaggio fosco e tenebroso, il conte Ugolino (Inferno, canto XXXIII).

FABIO BIANCHI

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