Venerdì 14 Settembre 2007 - Libertà
Berselli tra maestri veri e fasulli
Il giornalista a Castellarquato per "Silenzio vi racconto"
Il titolo del suo libro Venerati maestri (Mondadori, 2006) Edmondo Berselli lo ha preso da un paradigma di Alberto Arbasino, che lo attribuisce agli intellettuali, in Italia: la prima fase che attraversano è quella di "giovane promessa", la seconda - drammatica - è quella in cui la promessa diventa il "solito stronzo"; solo alcuni accedono alla terza fase, quella appunto dei "venerati maestri". Ma Berselli, ironico e autoironico, lucido e analitico, quei venerati maestri li smonta, o meglio li pone al vaglio della critica: quelli che si credono maestri sono davvero passati alla terza fase, o non sono piuttosto restati fermi a quella intermedia?
Questa la domanda al centro dell'incontro di ieri pomeriggio sulla piazza di Castellarquato: promosso da Castellarquato cultura e turismo, sostenuto dalla Fondazione di Piacenza e Vigevano, garbatamente condotto dal giornalista Filippo Ballerini, l'incontro con Berselli, editorialista di Espresso e Repubblica, direttore della rivista Il Mulino, è una nuova tappa della rassegna Silenzio vi racconto. Non c'è dubbio che Berselli sia capace di raccontare. Racconta aneddoti, sui maestri finiti nel suo libro. Ad esempio le meschinerie di Giulio Einaudi: «Aveva litigato con Giovanni Arpino. Non si parlavano da dieci anni. Einaudi incontra Arpino in osteria. L'avversario mangia i funghi. Al celebre editore viene la tentazione di assaggiarli. Dimentica così i dieci anni di rancori, e dice ad Arpino: "Come sono i funghi?". Risposta di Arpino: "Sono i miei". Eppure - riconosce ancora Berselli - il senso di sprezzo aristocratico di questo editore che metteva le persone l'una contro l'altra, e che era provocatorio, creò anche i cosiddetti "dibattiti del mercoledì da Einaudi", fecondi per la crescita culturale del paese».
Tanti gli aneddoti raccontati nel libro: un libro «per ridere su una cultura che fa piangere». Anche maestri come Claudio Magris cadono in tentazione: «Ha scritto persino un editoriale sul bullismo. Vuol scrivere di tutto». Oppure ci sono scontri in punta di penna, come quello tra Alessandro Baricco e Pietro Citati, sulle pagine di Repubblica, dove (chi conosce la disputa capirà) non ci sono stati fiumi di sangue, ma di succo di pomodoro. Ha vinto, manco a dirlo, il grande critico di Proust e Kafka, maestro venerato con merito davvero; contro la giovane promessa rimasta alla prima fase. A Giuliano Ferrara, Berselli riserva questa analisi, da autentico liberista (parliamo di Berselli, non di Ferrara): «Ha avuto troppe madonne: figlio di una famiglia della borghesia comunista italiana, la sua prima madonna era Togliatti, poi è stata la volta di Craxi (fase "cicciopotamo socialista"), e in tempi più recenti è comparsa la madonna di Berlusconi, per cui Ferrara ha fatto anche il ministro, con l'abito bianco e il cappello panama. E ora c'è papa Ratzinger, che almeno è una madonna più legittimata». Berselli non salva neppure il fenomeno del giorno, Beppe Grillo con il suo V- Day: «Non amo il suo lessico, non mi piace il Vaffa...E non piace diventi il centro della vita politica. Non amo la rabbia, la collera nei confronti delle istituzioni, che non finisce dentro le istituzioni, non contribuisce in alcun modo a riformarle». Berselli rivendica il suo riformismo, e cita la Arendt: «Le rivoluzioni hanno successo solo ed esclusivamente quando creano le istituzioni». Si chiude con la definizione di maestri, quelli autentici: «Sono quelli capaci di raccontare storie. Storie, non favole».
DONATA MENEGHELLI