Martedì 11 Settembre 2007 - Libertà
Kenya, quando ritorna il colonialismo
Viaggio in Africa da Nairobi a Lengesim, la terra dei Masai dove da anni opera la piacentina Francesca Lipeti
E il "povero negro" porta il carrello dell'uomo bianco "troppo stanco"
"Ma qui le cose cambiano continuamente?". Ci guarda con sussiego dall'alto della sua divisa di guardia forestale. Abbiamo portato 60 bambini di Tone la Maji (uno dei centri di Koinonia per gli ex bambini di strada) ad assistere al pasto dei piccoli elefanti, alla Fondazione David Sheldrick, nel Parco Nazionale di Nairobi, ma quando scendiamo dai pullman ci fermano e pretendono la prenotazione. Faccio notare che sono venuto spesso, qui, ed è la prima volta che mi viene chiesta la prenotazione. "Ma qui le cose cambiano continuamente?".
Ma io so che anche in Africa "tutto cambia perchè tutto rimanga come prima". Così metto in fila i miei bambini, ci avviamo con passo sicuro verso l'ingresso, paghiamo il nostro biglietto ed entriamo senza che nessuno ci dica nulla. Abbiamo soddisfatto la smania burocratica di un funzionario e adesso possiamo entrare tranquillamente.
Torno in Kenya dopo sette mesi e davvero molte cose sono cambiate. Ci vuole la prenotazione per entrare a vedere gli elefantini (ma dopo 20 giorni torno e la prenotazione non ci vuole più). Nei bellissimi lodge che ospitano i turisti per i safari si paga sempre di più (le grandi compagnie li stanno acquisendo tutti, via via, e impongono i loro prezzi). Alcune multinazionali hanno sostituito altre in alcuni servizi e in alcune strutture.
L'euro perde sempre più valore nei confronti dello scellino kenyano. Stanno riasfaltando alcuni tratti della Mombasa Road, un nervo fondamentale del traffico kenyano. Stanno sistemando anche la strada principale di Riruta, una baraccopoli dove sorgono due centri di Koinonia per i bambini di strada: hanno lavorato in alcuni tratti più dissestati riempiendo le buche con grosse pietre che impediscono il passaggio e costringono i bus a lunghi percorsi tortuosi per giungere a destinazione. Ci sono le elezioni per designare il nuovo presidente del Kenya e qualche cambiamento si deve notare anche nelle baraccopoli. Chiedo a David, un giovane africano che si guadagna il pane quotidiano accompagnando i visitatori ed abita proprio a Riruta: "Ma questa è la sistemazione definitiva?". "No - mi risponde - poi sistemeranno meglio...". "Sono sicuro - ribatto - che quando l'anno prossimo tornerò troverò tutto come adesso". Sorride rassegnato, con un lampo negli occhi. Ma forse ha ragione lui. I bus stanno riprendendo a percorrere questa strada e poco per volta la spianeranno, in qualche modo.
Cambia anche il piccolo cimitero all'interno di Nyumbani (in kiswaili significa "casa") dove la carità immensa di frate D'Alessandro (morto da poco) accoglie i bambini sieropositivi: ogni volta trovo qualche tomba nuova e mi chiedo se sarà la tomba di quella bambina che mi ha sorriso accarezzandomi la barba, l'ultima volta che ci sono stato, o di quel bambino che...
Cambiano molte cose. Davvero. In realtà sembra che non cambi nulla. Anzi...
Ma soprattutto non cambia la nostra mentalità di occidentali nei confronti dell'Africa. Per aspettare alcuni amici che erano andati a Nyumbani, sono stato due ore seduto su una panchina del "Nakumatt Karen", uno dei tanti supermercati di una catena di proprietà indiana dove si tocca con mano la globalizzazione (sì, ci sono anche tutti i tipi di biscotti italiani che più vi aggradano). Karen è uno dei quartieri "bene" di Nairobi e due ore su una panchina valgono come la lettura di un trattato di sociologia. Arrivano enormi fuoristrada (giapponesi, senza alcuna eccezione), jeep ricoperte di fango, macchine lussuose da cui escono alcune signore bellissime, altre meno belle ma molto determinate, altre molto brutte ma con un piglio che ti vien voglia di nasconderti, intimidito... Bambini, ma soprattutto bambine, bionde e lentigginose, molte di loro in costume da equitazione; e all'improvviso ti accorgi che i neri sono scomparsi. Molte suore di colore, ma pochissimi altri neri si vedono in giro. Ma quello che colpisce soprattutto sono gli uomini bianchi, i mzungu. Anziani quasi tutti. Abbracciati a belle ragazze di colore. E, finalmente, dietro di loro, un viso nero. E' il commesso del supermercato che spinge un carrello, con dentro due (due!) sacchetti pieni a metà, che il signore abbracciato alla sua bella non si degna di spingere. E la signora della jeep apre con decisione lo sportello posteriore per ficcarvi un grosso sacco di cibo per cani: si intravede tanta legna che ti fa immaginare un caminetto (fa molto freddo a Nairobi in questo periodo) in una villa in mezzo ad una piantagione di te o caffè, a Limuru, dove i neri che vi lavorano guadagnano meno di un euro al giorno.
Ti scuoti frastornato, ti sembra di essere sul set della "Mia Africa" e invece no, siamo nel 2007 e a gennaio c'è stato, proprio qui a Nairobi, il World Social Forum (di cui la gente a cui chiedo non si ricorda più). E i neri, se non scendono, pieni di sè, da macchinone impossibili, portano carrelli con due (due!) sacchetti che un bianco troppo stanco e troppo abbarbicato alla sua bella non trova la forza di spingere.
E un'amica trova naturale chiedere a David se conosce la musica italiana e si scandalizza a sentire che non sa nulla di Dalla, De Gregori, De Andrè... E David non ha il coraggio di rispondere che lui non conosce la musica italiana ma anche lei, la mia amica, senza che nessuno si scandalizzi, non sa nulla della musica kenyana.
E ci sembra naturale portare ai bambini giochi rotti che nessuna usa più. O aggirare con furbizia, come ho fatto io, i divieti. Qualcuno manda alcune magliette per giocare a calcio, ma con la raccomandazione "una foto di un bambino con la maglietta, che si veda bene il marchio...".
Perchè un bambino kenyano dovrebbe fare gratis lo sponsor di una ditta? per un maglietta da quattro soldi? Ma a noi tutto questo sembra normale. Così come ci sembra normale protestare per i prezzi (molto inferiori a quelli italiani, "ma qui siamo in Africa!"). E il giovanotto italiano che chiede di venire con noi a Kibera (la più grande baraccopoli del Kenya) si ritiene in diritto di fotografare a tutto spiano la miseria che lo circonda; quando glielo faccio osservare si secca: "mica fotografo le persone". Ma tu che cosa diresti se abitassi su un immondezzaio e qualcuno venisse a fotografare la tua casa? Gli sorrideresti e gli diresti "how are you"?
C'è un colonialismo strisciante, ingenuo, ma proprio tanto più pericoloso quanto più è ingenuo e fatto di buoni sentimenti. Il colonialismo del "poverino", che è parente stretto del colonialismo del "povero negro". Il colonialismo del giudizio spietato sui loro difetti, sulle difficoltà che incontrano a gestire responsabilità. Ma quanti, anche fra alcuni missionari, hanno avuto il coraggio di affidargli (come ha fatto, ad esempio, Padre Kizito Sesana con Koinonia) delle responsabilità, spiegando loro, prima, "come si fa"?
Ed è proprio su questo piano che sta avvenendo un cambiamento che pochi sembrano cogliere. I kenyani si stanno stufando. Sui loro giornali cominciano a comparire articoli con affermazioni pesanti sulla necessità che, finalmente, i bianchi cedano il passo, e che gli africani li sostituiscano nei posti di responsabilità, in tutti i settori.
Anche i Maasai, fra i quali vive la nostra concittadina Francesca Lipeti, pur isolati nel loro mondo ancestrale, avvertono che qualcosa sta cambiando. In questo periodo si è risvegliato in Tanzania un vulcano (e si avvertono spesso scosse di terremoto anche qui, in Kenya), mentre il Kilimanjaro è spesso nascosto dalle nubi.
I Maasai traggono da questi segni motivi di timore. Essi credono infatti che Enkai, il loro Dio, il "Dio dai molti colori" (secondo il loro bellissimo modo di definirlo) mostri i suoi diversi volti, i suoi diversi colori, attraverso la natura. Nella "montagna bianca" (il Kilimanjaro) Enkai mostra il suo volto benigno, misericordioso, ma nella "montagna rossa" (il vulcano) Enkai mostra il suo volto irato.
E in questi ultimi tempi Enkai sembra mostrare più il suo volto irato che non il volto benevolo. Ma a noi, appena prima della nostra partenza da Lengesim, il Kilimanjaro si mostra tutto il suo splendore. Ci piace pensare e sperare che ciò sia un segno positivo, che nel cambiamento che sta avvenendo in Kenya (e in molte parti dell'Africa) Dio si degnerà di mostrare il suo volto benevolo, misericordioso, e nasconderà il suo volto irato. E' un auspicio per noi occidentali e per gli africani.
ALBERTO GROMI