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Venerdì 10 Agosto 2007 - Libertà

Carella, Frank Capra di via Borghetto

anniversari Dieci anni fa si spegneva Giulio Cattivelli. Per ricordarlo proponiamo due suoi ritratti del drammaturgo e poeta Egidio Carella
«Fece capire che la vita è comunque meravigliosa»

Il 10 agosto di dieci anni fa si spegneva Giulio Cattivelli, firma di prestigio e stimato critico cinematografico di Libertà. Il nostro giornale lo ricorda oggi con un articolo ed un intervento in un convegno sul drammaturgo e poeta dialettale Egidio Carella. Il primo è l'introduzione al primo volume delle "Commedie" di Carella edito nel 1993 dalla Fondazione di Piacenza e Vigevano. Il secondo, in basso, è l'intervento che Cattivelli fece al convegno il 15 gennaio 1994 in occasione della presentazione dei due volumi sulle commedie. Gli scritti, come ogni anno, sono stati scelti da Stefano Pareti, ex sindaco di Piacenza ed ex assessore alla cultura che con Mauro Molinaroli ha dedicato un libro a Cattivelli («Al cinema con Cat»)

L'attività teatrale di Egidio Carella supera I'arco di un trentennio, dal primo dopoguerra al 1958, a due anni dall'immatura scomparsa. Ed ora, alla fine del secolo, l'immutata fortuna dei suoi lavori conferma che iI teatro dialettale più valido e genuino porta la sua firma; dato che Valente Faustini, pur grande poeta, ha dato al palcoscenico soltanto il bozzetto Naranci dulci, l'atto unico L'ôstaria d'la bella Luigia e il monologo L bon cap d'ann.
A Carella può quindi attribuirsi la qualifica di creatore del nostro teatro vernacolo e il merito di aver lasciato un seme fecondo; sia perché il pubblico ha continuato ad applaudire le sue commedie, sia perché alcuni giovani - ad esempio Giorgio Tosi - hanno cercato di raccogliere e di proseguire il suo discorso (ma in maggioranza i nuovi copioni sono adattamenti e traduzioni da altri dialetti).
Esistono infatti canovacci, situazioni e personaggi convenzionali ed intercambiabili in qualunque dialetto. Le commedie di Carella nascono invece dalla diretta osservazione della realtà: la realtà di un'epoca preconsumistica, economicamente depressa e di piccola gente forzatamente parsimoniosa, ma sensibile ai valori dell'onestà, della laboriosità e anche dei sentimenti limpidi, della solidarietà fra gli umili.
Già il titolo del suo folgorante esordio, Toot l'onor, addio baracca! è un motto che dice tutto e potrebbe servire di etichetta all'intera produzione del Nostro. E anzi proprio oggi, nel panorama di una ben diversa realtà, potrebbe diventare, oltre i confini locali e municipali, sferzante monito ad un intero Paese e a quegli eminenti esponenti della classe dirigente, politici e no, corresponsabili dello "sfascio" della baracca tricolore.
Egidio non era un piacentino «del sasso». Nato da una modesta famiglia di Pianello Valtidone (la locale Scuola media adesso porta il suo nome), andò a lavorare appena finiti gli studi elementari e si guadagnò la licenza alla scuola serale di commercio. Chiamato alle armi nel 1917 (aveva appena 18 anni) combattè sul fronte italiano e su quello francese.
Dopo la guerra entrò come meccanico specializzato all'Arsenale, dove raggiunse il grado di caporeparto. Un lavoratore autodidatta, dunque, che passava sui libri tutte le ore libere e aveva un unico svago e una grande passione, il teatro.
Mette piede in palcoscenico nel 1922 come socio recitante della Filodrammatica Piacentina. L'anno dopo scrive la sua prima commedia in lingua, Fascino della semplicità, rappresentata con successo dalla giovane Filodrammatica Niccodemi (seguiranno più tardi altri due lavori in italiano: Ultimo crollo, del 1926, e, dieci anni dopo, Colpi d'ariete).
Ma il giovane Carella intanto si guarda intorno e capisce che la sua vocazione di commediografo può trovare spunti più vivi ed autentici non nella lingua falsa e convenzionale del teatro borghese dell'epoca, bensì nel domestico e saporoso dialetto piacentino, ossia nel linguaggio quotidiano dell'ambiente in cui vive, fra gli operai dell'Arsenale e i quartieri popolari di Stralvà, fra osterie, cortili e bottegucce artigiane. Di lì possono nascere spunti di ispirazione originale, vicende e personaggi rubati alla vita di tutti i giorni. Il frutto felice Tôgnass, archetipo di una piacentinità che meritava davvero il battesimo della ribalta. Toot l'ônôr.., viene rappresentata il 10 marzo 1929 dai dilettanti della Filodrammatica, con Angelo Biavati protagonista: il nome dell'autore, tenuto segreto con indovinato effetto di suspense, viene rivelato dalla direttrice artistica Pina Bianchi soltanto alla fine dello spettacolo: un momento magico nella vita di Egidio Carella. E il successo è così trionfale che il lavoro, nato come atto unico, viene successivamente ampliato in tre atti per suggerimento della stessa Bianchi e diventa un "classico" del repertorio dialettale, l'asso di briscola di generazioni di filodrammatici (impossibile fare conto delle repliche in oltre 60 anni di applausi).
Ormai laureato autore ufficiale del nostro teatro vernacolo, negli anni '30 Carella compone e rappresenta altri lavori. Dopo il brioso atto unico La te andà bein, nel 1935 azzecca il suo en plein, Oh, che ratassäda!, "musical di cortile" che trionfa fin dalla prima apparizione per l'orecchiabile piacevolezza dei brani cantati (la musica è del cognato Piero Testori), il perfetto disegno dei caratteri, primo fra tutti il protagonista "Jacam", l'indimenticabile Ettore Morbelli. E qui giova notare che Carella modellava già in partenza i suoi personaggi sulle caratteristiche degli interpreti cui erano destinati (Biavati, Poggi, Ortensia Bazzani, Aldo Rossi, Chiapponi e Nino Castellini, protagonista con la Bazzani del drammatico Coccò d'la mamma.
Senza dimenticare i saporosi e toccanti monologhi (Du ômbar, La pôrtinàra, Al pôistèin, La giôrnalara), si passa al repertorio del dopoguerra: Malett i sood (1945), Val miga còrr (1949), l'atto unico Grama gint (1950), Vag e vegn (1953), Col cör in gòla (1954), la rivista satirica in lingua Divieto d'afflizione (1957) e l'ultima commedia L'ha mangia mlon (1958).
Quando Carella viene a mancare (1960), l'Italia e Piacenza sono alla vigilia di una svolta epocale. Il mondo si mette a correre e incattivisce. Dopo il '60 arrivano il boom, le migrazioni interne, la contestazione giovanile, il terrorismo, la droga, la criminalità mafiosa. Si spegne la vita di cortile, già palcoscenico naturale di "baruffe" padane, Cantarana è ormai un quartiere-fantasma, un guscio vuoto e desolato; nascono eccentrici ghetti periferici e anonimi casermoni dove la gente quasi non si conosce. Il colpo di grazia lo dà la Tv che frulla e imbastardisce tutto, compreso il linguaggio: i giovani non parlano più in dialetto.
Perché dunque si continua ad applaudire questo teatro all'insegna del Vôrumas bei e di Dio véda e provvéda, un teatro che potrebbe sembrare datato e troppo ottimistico? Per il bisogno di respirare aria limpida e pulita in una natura ormai inquinata, e per ritrovare l'immagine di una Piacenza più povera, ma più generosa e moralmente sana. Una volta Renato Simoni, autorevolissimo critico teatrale del Corriere della Sera, disse a Carella: «Come mai i suoi personaggi sono tutti buoni?» E la risposta fu: «Perché nella mia città non ci sono persone cattive».
La categorica dichiarazione era naturalmente esagerata, perché anche allora a Piacenza non c'era soltanto della grama gint, ma anche della gint grama. Ma Carella - ecco il punto - credeva sul serio nella bontà, e nella missione catartica dell'artista, dispensatore di serenità e fiducia.
Sì, Egidio Carella è proprio il Frank Capra di via Borghetto; sa dimostrare che la vita è comunque meravigliosa; e si apparenta al Modugno di Meraviglioso, «l'angelo vestito da passante», che rischiara anche i momenti bui e disperati, facendoti apprezzare il perenne miracolo dell'umana esistenza.

GIULIO CATTIVELLI

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