Sabato 11 Agosto 2007 - Libertà
Pastorin a piedi scalzi verso un sogno
Castellarquato - Il noto giornalista di La 7 ieri ha presentato il suo libro "Avenida del Sol"
Storie e memorie di italiani in fuga in Sudamerica
Preziosi racconti dove lo sport diventa metafora della vita. E dove la memoria insegna. Memoria degli emigranti italiani che partivano per il Sudamerica per fuggire dalle rovine della guerra e costruire un nuovo sogno; memoria del sogno dell'utopia comunista prima che arrivassero le armi e gli anni di piombo a sporcarla; memoria di un golpe militare che costrinse un uomo ad uccidersi al palazzo della Moneda di Santiago del Cile per non finire nelle mani degli uomini di Pinochet. Un viaggio nella memoria, a piedi nudi e a mente aperta, quello che ci offre Darwin Pastorin, celebre giornalista sportivo e talentuoso scrittore, nel suo ultimo libro Avenida del Sol. A Piedi scalzi in Sudamerica (Mondadori, 2007), presentato ieri a Castellarquato, nell'ambito della rassegna Silenzio..vi racconto promossa da "Castellarquato cultura e turismo", sostenuta dalla Fondazione di Piacenza e Vigevano e presentata da Filippo Ballerini.
Seduto fuori dall'Enoteca di Castellarquato, nel borgo alto, Darwin Pastorin ha offerto ieri al pubblico brani dal suo libro: storie belle e tristi, storie di ferite, storie di sconfitte e di vittorie. Come la vittoria ottenuta dal gesto eclatante, repentino e geniale, di Caterina, compagna di liceo a Torino che nell'autunno del '74 mostrava i seni ai poliziotti, sollevandosi la maglietta, ed evitando la carica contro gli studenti manifestanti.
Un'altra maglietta con su scritto "Salvador Allende per sempre", quella del maratoneta cileno che rifiutò di correre per i militari golpisti. E finì ammazzato, la maglietta fatta a pezzi. È un viaggio nella memoria, e poi dalle tenebre al sogno e alla speranza, quello offerto da Pastorin, il giornalista sportivo di La7, il vicedirettore di Tuttosport, l'inviato speciale, il direttore di Sky-Sport, lo juventino sfegatato, che coltiva un amore immenso per il suo Brasile, dove nasceva mezzo secolo fa, figlio di emigranti italiani.
«Si andava dall'altra parte del mondo - racconta - a cercare la speranza. I miei andarono sulla nave, venti giorni per la traversata. Io giocavo a pallone a San Paolo con bimbi mulatti, coreani, polacchi, non importava il lavoro, le classi, la pelle.
Eravamo solo bambini in Brasile, a rua Nostra Senora da Lourdes, a giocare con un pallone fatto di carta». Pastorin lo racconta anche al figlio Santiago, 9 anni, perché capisca che oggi i migranti che arrivano in Italia coltivano pure loro un sogno. «Ma il nostro Paese ha la memoria corta» denuncia lo scrittore, rivendicando l'amore per gli sconfitti: «Amo le persone claudicanti, chi ha le balbuzie, i marginali e gli emarginati».
Come si concilia questo amore per gli ultimi, con la passione per la Juventus, è difficile a dirsi. Ma in fondo quella per la squadra di calcio, più che ragione, è fede. «Finalmente la Juve è tornata in A, quest'anno c'è il campionato, e tornano i derby» dice felice il giornalista sportivo tornato bambino.
Pastorin è capace di passare dal racconto dei derby dell'infanzia e di oggi, a quelli della storia di interi Paesi, che oggi - usciti dalle dittature militari che ne hanno tenuti i popoli in ostaggio per decenni - vanno verso il sogno di una democrazia faticosamente costruita. Il Brasile di Lula, ad esempio, è speranza per il futuro. Lo sono i sogni dei migranti d'oggi. E i libri, che ci tengono sempre compagnia. I suoi consigli di lettura (da Pavese a Gozzano, da Kerouac a John Fante) Pastorin li commenta così: «Non siamo mai soli. Ci sono le storie, i libri a coltivare il sogno». Un sogno che continua. Il prossimo libro Pastorin lo scriverà con il figlio Santiago. Lo aspettiamo.
DONATA MENEGHELLI