Venerdì 10 Agosto 2007 - Libertà
Nella Ratassäda c'è il piglio del documentarista
Ecco perché il musical dialettale sulla vita di cortile è il capolavoro di Carella
Il 15 gennaio 1994 la Fondazione della Cassa di Risparmio di Piacenza e Vigevano dedicava una giornata alla memoria di Egidio Carella, in occasione della presentazione dei due volumi "Commedie", comprendenti i testi delle sue opere teatrali. Nel pomeriggio di quel giorno si tenne un convegno di studi su Carella (in serata la Società Filodrammatica offrì un esempio del teatro carelliano rappresentando la commedia "Oh, che ratassada!"). Giulio Cattivelli fu uno dei relatori al convegno e qui di seguito viene riportato il suo intervento sull'importanza di Carella nel panorama artistico e culturale piacentino.
Non avendo una clessidra, che sarebbe stata utile, io però stringo i tempi, senza con questo sottrarmi, anzi sottraendomi, a un tema che mi sembra sia spaventosamente superiore alle mie cagionevoli forze. Lo sapete che io sono venuto qui, trascinato dall'affetto per il Pino, dal ricordo del papà e forse l'unica cosa utile che posso fare è questa: anziché parlare di Carella con questa profondità, che non so quanto tempo mi occorrerebbe, ci tengo a ritornare su Carella strettamente, anche perché sono forse uno dei pochissimi superstiti spettatori della storica, primissima edizione di Oh, che ratassäda! che è avvenuta nel 1935 al Politeama, in cui appollaiato con altri ginnasiali sul loggione, naturalmente, pur conoscendo e seguendo già il teatro di Carella, ho avuto la rivelazione di quello che ritengo tuttora il capolavoro di Carella. E perché capolavoro? Perché innanzitutto c'è una cosa che non sarà mai abbastanza sottolineata: è uno dei rarissimi, (non so quanti ce ne siano, anche in altri dialetti), esempi di commedia musicale-dialettale, è il musical ante litteram, perché non è operetta, è il classico musical, che ha un di più di divertimento, di letizia, perché Carella è un uomo che (si potrebbe citare addirittura san Filippo Neri: "state buoni se potete", e Carella era un uomo buono e anche io aggiungerei: "siate allegri!"), sapeva mettere allegria, cioè sapeva donare, e di questo gli sono debitore. Parlo del Carella teatrante, perché il Carella poeta mi ha dato altre emozioni, altri tocchi più sottili e meno allegri, ma anche allegri, anche in poesia. Comunque il Carella mi ha dato tanti e tanti ricordi, tante serate, tante pagine di sana e onesta letizia, che sembrano forse due concetti inconciliabili, in quanto chi fa dell'umorismo, e Carella era anche un grande umorista, ci mette sempre dentro anche un pochettino di malizia. Ma quella di Carella non era malizia, era il suo naturale ascoltare, raccogliere e interpretare quella che è la vita dei popolani. E sono dei pezzi di dialogo umoristico che nascono così. Carella poi, nella Ratassäda specialmente, ha fatto un'altra grande cosa, che è già stata ricordata, e cioè la sua capacità di essere realista, direi documentarista, perché elaborava quella che era artisticamente la realtà dei suoi tempi, una realtà anche sociologica. Perché, che cos'è la Ratassäda? E' un bellissimo e preziosissimo specchio di quello che era la "civiltà del cortile" nella Piacenza anteguerra degli anni '30, in particolare, e che poi è sopravvissuta; e cioè la vita che si svolgeva dentro quelle cellule costituite dalle case, non di ringhiera, alla milanese, ma quelle vecchie case, quei palazzotti, quelle case della media borghesia piacentina o case patrizie di seconda fila, in cui c'è il padrone di casa, il proprietario, che abita al piano nobile, mentre il secondo piano o a volte il terzo (ma in generale sono case a due piani) è occupato dalla borghesia, e il popolo abita il cortile. Quindi è una cosa interclassista, è già un nucleo di società ridotto a livello di casamento simbolo. E in questo, rifacendomi ai discorsi che riguardavano invece la campagna, si riproduce questa familiarità, questa grande famiglia, in cui tutti si conoscono, tutti si frequentano, e in questa società ridotta sul piano di un unico edificio, nascono gli idilli, i contrasti, a volte le gelosie, a volte i conflitti; però tutto in un ambito famigliare. E' una grande famiglia, in cui se c'è qualcosa che interessa uno, interessa tutti, in cui anche il padrone fa parte di questa famiglia, e vengono quindi ammorbiditi e armonizzati tutti i sentimenti.
Questa è la Ratassäda che fa vedere questa sorta non di Baruffe chiozzotte, ma di Baruffe padane, di Baruffe piacentine. E' proprio vero. Secondo me la Ratassäda è uno dei capolavori di Egidio Carella.
Io, in cima a questo loggione scoprivo tutto questo, a fatica, anche perché dall'alto si vedeva male, per i precocemente miopi specialmente, ma io che conoscevo già tutti i copioni, per esempio, avevo capito e verificato un'altra cosa: che fra le grandi cose di Carella, creatore di teatro dialettale, c'era quella di cucire i personaggi addosso agli attori. Jacam, per esempio, questo perno della vita della corte, l'uomo che al fa al bei ad la curt (la curt intesa proprio come famiglia), questo Jacam che è l'uomo forte, un personaggio da film americano, una specie di sceriffo, di deus ex machina, che pensa par l'affitt e par l'amur, che al peinsa par l'amur e par l'affitt?S'al mancass lu, ché in curt sarissam fritt. (dicono queste parole che io so a memoria da sessant'anni), questo uomo era interpretato da un attore che vale la pena di ricordare, Ettore Morbelli.
Morbelli era un popolano di condizione umilissima, eppure era dentro di sé un signore, era un attore così versatile e bravo che sapeva interpretare se stesso, in un certo senso, nei panni di Jacam. Poi ha interpretato il duca Pier Luigi Farnese nel dramma omonimo di Riccardo Douglas Scotti, morendo in scena, in una bellissima tragedia, una delle poche in italiano; e poi questo operaio, questo artigiano l'ho visto recitare in commedie mondane, in smoking, che portava con grande eleganza. Aveva una di quelle voci teatrali, (se avesse potuto fare il professionista!), che individuavi subito a distanza, che avrebbe potuto avere un professionista, come quella di Renzo Ricci, come quella di Gassman: una voce inconfondibile, personale e bellissima.
Ecco, Carella ha costruito Jacam addosso a Morbelli, e così pure tutte le altre parti sono state intrecciate in questa sorta di Baruffe piacentine. E anche questi duetti, li sentirete, contengono anche la filosofia di Oh, che ratassäda!. Ma anche la sua filosofia personale può essere condensata nel famoso dialogo cantato tra due personaggi, di cui uno che si lamenta delle disgrazie, e l'altro che lo consola e dice: «La vita la t'insegna/ car al me fio,/ che ciappa al mond cme 'l vegna/ sa scampa ad po;/Te canta e rida e spera/statna tranquill?/Val po una bella cera/che bon da mill».
cat.