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Lunedì 23 Luglio 2007 - Libertà

Misa criolla, lo spirito riecheggia nella danza

Valtidone Festival: splendida performance a Nibbiano con Pina Castiglioni e Jatun Nan

nibbiano - Ha respiro epico dei canti popolari, nobile cadenza di inno al Signore, genialità compositiva della riscoperta meditata ed originalissima: è l'opera Misa criolla del compositore argentino Ariel Ramirez, fra le più alte testimonianze religiose di derivazione profana dell'illustre storia musicale non solo argentina ma dell'America latina.
L'altra sera, nell'ambito del sempre più coinvolgente Valtidone Festival - rassegna musicale itinerante giunta al decimo anno, sostenuta da prestigiosi sponsor, pubblici e privati, fra cui la Fondazione di Piacenza e Vigevano ed Editoriale Libertà - il tenore Filippo Pina Castiglioni, l'ensemble boliviano Jatun Nan ed il Coro polifonico cremonese diretto da Federico Mantovani hanno riproposto il capolavoro di Ramirez nella suggestiva piazzetta della Chiesa di Nibbiano Valtidone.
Breve presentazione del sindaco, Alessandro Alberici, che ha sottolineato la singolarità del sito, cuore dell'antica "Curte Neblani" e ricordato Aldo Belloni, critico musicale osteggiato dal regime fascista ivi residente per un periodo, poi introduzione di Livio Bollani, direttore artistico della manifestazione.
Ramirez (1921), pianista, sin dal 1943 si dedicò al recupero della musica folk argentina ed alla sua diffusione in Europa (1950), Spagna (1951) e Perù (1954) per ritornare in Argentina (1955) dove incise (1961) importanti danze regionali preludio alla monumentale Misa criolla (1964). Per qualsiasi ispirato compositore rivendicare il folclore tipico nazionale è sempre motivo di orgoglio ma è sovente scontato, molto più impegnativo e culturalmente remunerativo invece trasformarlo in affresco musicale e religioso di aspirazione quasi universale, riscatto etico e sociale di un intero continente in alcuni settori assai arretrato. Inizio con i Jatun Nan che, con canzoni e strumenti caratteristici della loro pittoresca tradizione, hanno introdotto l'attento uditorio in un clima vivace e favolistico. Quindi la Misa criolla in cui i vari momenti, derivati da balli assai in voga e riconosciuti dalla Chiesa ufficiale, hanno assunto dimensioni per certi aspetti mitiche: il Kyrie apre con i drammatici ritmi Vidala-Baguala, ideale traduzione della solitudine degli immensi altopiani; il gioioso Gloria trova invece sinceri accenti soprattutto nel Carnavalito-Yaravì, popolare danza argentina ma anche nelle sofferte preghiere dei solisti simili agli spirituals dei neri d'America; molto più intenso il Credo dove la Chacarera trunca conferisce un dinamismo martellante, a tratti esasperato, per enfatizzare la profondità della fede cattolica; il Sanctus invece deriva dal Carneval de cochabamba, folk più rilassante; sublimazione finale con l'Agnus Dei modulato sullo stile della Pampa, che evoca la desolazione delle vaste pianure meridionali.
Coro e tenore hanno cercato di assecondare lo spirito dell'opera, interpretare la dimensione autenticamente folk senza però dimenticare come la Misa sia una delle più alte e riuscite interazioni tra sfera accademica e musica popolare. La grande vis attrattiva, come ampiamente dimostrato dai musicisti, sta nell'accorta mediazione tra antiche forme espressive e vivacità moderna, tra freschezza spirituale andina e ritmicità sud-americana, sacralità istintiva ed aura mistica precocemente ecumenica. «Niente di ciò che riguarda l'America latina potrà mai lasciare indifferente un latino d'Europa», sosteneva d'altronde Ramirez. Bravo il folto coro, sempre all'unisono, ben diretto e che ha saputo accompagnare, talvolta esaltare, i virtuosismi di Pina Castiglioni.
L'impressione ricavata è che i protagonisti avessero istintivamente optato per un'impostazione emotiva, non rigorosamente tecnica e non certamente nostalgica, per far rivivere quella singolare atmosfera sospesa tra esigenze folk ed ossequio al testo liturgico. Sotto un cielo stellato, in un caratteristico scorcio del medioevale borgo, il numeroso pubblico del Valtidone Festival ha dunque potuto apprezzare incanto e magia di una musica d'autore colta e senza tempo, nel linguaggio semplice e diretto di un'opera concepita come orchestrale con archi sostituiti però da voci intonate e sensibilissime.

Fabio Bianchi

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