Venerdì 6 Luglio 2007 - Libertà
«Che emozione cantare a Vigoleno»
Intervista al cantautore che si esibirà nel suggestivo borgo medievale presentando i suoi successi con l'orchestra filarmonica
Dalla domenica in concerto con la "Toscanini"
Vigoleno. Il pomeriggio è afoso. Il caldo appiccicaticcio. L'altura non fa effetto alcuno e il borgo medievale sembra catturare tutta l'afa del mondo. Non bastano la frescura del pergolato di una delle trattorie del paese a mitigare un pomeriggio surriscaldato da fettuccine ai funghi, salsicce, insalata e salamelle.
Camicia hawaiana, bermuda jeans e scarpe da tennis, Lucio Dalla, tra una sigaretta e l'altra rimane sorpreso da questo borgo. Un posto stupendo per il cantautore bolognese seduto a in compagnia di Marco Alemanno, insieme con Luciana Dallari, Mario Magnelli e Gian Luigi Molinari, i quali gli spiegano che il borgo medievale accolse personaggi famosi, e raggiunse notorietà internazionale tra le due guerre per merito della duchessa Maria di Grammont, nata principessa Ruspoli, che restaurò il castello e vi accolse attori, poeti, scrittori ed il bel mondo di quegli anni ruggenti. Fra i personaggi che qui trovarono accoglienza, ci furono il pittore e maestro del surrealismo Max Ernst, il genio multiforme Jean Cocteau, la diva del cinema Mary Pikford, la scrittrice Elsa Maxwell, Gabriele D'Annunzio e il pianista Arthur Rubinstein. Poi, come a volte accade, la contessa perse tutto, si trasferì a New York in un istituto di bellezza. Nella suggestione di uno dei borghi più suggestivi e affascinanti delle nostre terre, domenica alle 21,30, Lucio Dalla si esibirà in un concerto con la Filarmonica Arturo Toscanini ed eseguirà tredici brani tra i più famosi della sua produzione artistica.
Che effetto le fa esibirsi in questo luogo dai sapori magici e dal passato che profuma di nobiltà, arte e letteratura?
«Esibirmi in questo straordinario luogo mi provoca una grande emozione. Tutto è nato circa un mese fa, quando al "Municipale" di Piacenza, nel corso di una serata promossa dalla Fondazione Toscanini, Marco Alemanno ha recitato alcuni brani di Alda Merini, accompagnato dalle musiche di alcuni miei brani. Mi è stato proposto di esibirmi a Vigoleno, mi è stato detto da parte degli organizzatori che si sarebbe trattato di un autentico evento ed ho accettato con entusiasmo. Trovo che questo luogo sia ideale per santificare, se mai ve ne fosse bisogno, l'ennesimo matrimonio con l'Orchestra Arturo Toscanini. In Emilia Romagna ci sono posti e luoghi meravigliosi, Vigoleno è uno di questi, l'Italia non teme confronti con il resto d'Europa, per quanto riguarda gli spazi riservati ai concerti e alla musica. Sto lavorando sodo, nell'opera e nella regia, ma il lavoro è la mia vita e senza musica non so proprio stare».
A quando risale il matrimonio con la Fondazione Toscanini?
«Ho esordito con l'orchestra "Toscanini" una decina di anni fa. Ed ora riproporre i brani di maggiore successo sarà come tornare indietro nel tempo, anche se, a dire il vero, quando scrivo qualcosa faccio, sempre e comunque, dei piccoli passi in avanti. Dirigerà il concerto Beppe D'Onghia, mentre Marco Alemanno, il cui volto ricorda tazio di Morte a Venezia diretto da Luchino Visconti, sarà la voce recitante di una poesia di Alda Merini, al pianoforte suonerà Rosetta Cucchi».
Tra lei e Piacenza c'è feeling, o forse meglio sarebbe dire che tra lei e l'Emilia c'è amore, è d'accordo?
«Sono bolognese, è vero, e l'Emilia è terra di musicanti e di orchestre. Ho suonato in lungo e in largo per questi luoghi. Ci sono balere attrezzate, locali in grado di accogliere migliaia di persone e poi nel nostro mestiere ci sono manager e organizzatori che hanno la capacità di catapultarti, da una sera all'altra, in questo o quel locale. Accadeva a me quando mi esibivo con maggiore frequenza, quando ero un cantautore che con la sua band arrivava in un luogo, cantava e ripartiva. Quanta gavetta, quanti anni a suonare davanti a un pubblico che ripeteva a memoria i brani più famosi del mio repertorio. Di Piacenza ho un ricordo bellissimo. Penso fosse il 1982, erano gli ultimi bagliori dell'estate del Mundial. Lo stadio era gremito fino all'inverosimile. Ebbi un'accoglienza straordinaria. Il mio album Dalla era da oltre un anno nelle classifiche dei dischi più venduti. E quel concerto è ancora oggi un atto d'amore di una città, Piacenza, nei miei confronti. Ventimila persone in una sera tutta da bere. Proposi La sera dei miracoli e fu come se la città s'illuminasse. Perché di miracolo si trattò. Non era facile catturare tanta gente in uno stadio, capii, attraverso quel tour, che - dopo Banana Republic con Francesco De Gregori, qualcosa era cambiato nei miei confronti, la gente amava i miei brani, a prescindere».
Ma a Piacenza ha fatto tappa altre volte?
«Questa città è terra di confine, un po' Lombardia ma molto Emilia. Ricordo una serata a Bobbio, in una località dal nome strano, Vaccarezza. Arrampicata tra i monti, quel posto sembrava irraggiungibile. Primi anni Settanta. Ero reduce dai successi di Gesù bambino e di Anidride solforosa, erano gli anni in cui collaboravo con Roberto Roversi, personaggio atipico fra gli intellettuali del Novecento. Nella metà degli anni Sessanta ha compiuto una scelta destinata a segnare profondamente la sua attività letteraria: ha smesso di pubblicare con i grandi editori, limitandosi esclusivamente a fogli fotocopiati distribuiti liberamente e a collaborazioni con piccole riviste autogestite. Dal 1948 svolse l'attività di libraio antiquario gestendo a Bologna la Libreria Palmaverde. Nel 1955 ha fondato con Francesco Leonetti e Pier Paolo Pasolini la rivista "Officina". Roversi ha scritto numerosi testi di canzoni per gli album Il giorno aveva cinque teste, Anidride solforosa e Automobili, e altri per gli Stadio, ad esempio Chiedi chi erano i Beatles».
E poi tante esibizioni ai Festival dell'Unità tra la via Emilia e il West?
«Erano riti collettivi ai quali non si poteva rinunciare. Il Pci di quegli anni chiamava e noi cantautori si rispondeva, senza battere ciglio. Altra gente, altro clima, autentiche feste popolari, dibattiti e musica, odore di salsicce e vino rosso e mentre noi si suonava, c'era il funzionario di partito che ricordava al microfono gli appuntamenti delle sere successive e che l'ingresso era a offerta. Anni belli, lontani ma vivi, gonfi di speranze».
Tra i suoi collaboratori, agli inizia della sua carriera, ci furono anche due artisti piacentini.
«E' vero, tra i miei musicisti nei gli anni Sessanta c'erano due piacentini, Manolo Ardemagni, che divideva a metà l'attività di musicista con quella di esercente del bar Avis a Piacenza, e Dodo Leccardi di Gragnanino, ero agli albori della mia carriera. Quando nei locali alternavamo il jazz alle musiche in voga allora».
E' uscito da qualche giorno il suo nuovo album, s'intitola "Il contrario di me" di cui lei è produttore e arrangiatore. C'è un singolo "Due dita sotto il cielo" dedicata a Valentino Rossi, non è la prima volta che lei dedica un brano a un grande dei motori, pensiamo a "Nuvolari" e ad "Ayrton". Come mai questa scelta?
«Questa volta tocca a lui, il mitico Valentino Rossi, il reuccio del motociclismo e campione mediatico: con le sue esultanze e le sue vittorie mi ha ispirato in un pezzo che è anche la colonna sonora di 46, il dvd interamente dedicato al centauro, con i disegni di Milo Manara e le voci di personaggi come Luciana Littizzetto, Dario Vergassola, Davide Riondino, Luca Cordero di Montezemolo. Ci sono anch'io, nella parte del cane Guido. Valentino è straordinario, ha doti eccezionali, come pilota e come uomo. Perché Nuvolari prima e Senna poi? Il primo s'inserisce in un discorso musicale, Automobili, in cui il pilota mantovano è stato un mito, il simbolo di un'epoca che scopriva questo nuovo mezzo di locomozione. Senna era un amico, un grande amico, quel giorno, a Imola quando successe la tragedia io ero presente, ma non mi resi immediatamente conto della gravità della situazione. Non scrissi in prima battuta il testo, che venne abbozzato da un amico dell'attore Franco Branciaroli. Mi accorsi che c'era del buono e composi un brano al quale sono molto affezionato, così come ero legato a Senna».
La canzone alla quale è più affezionato?
«Senza dubbio Henna, parole scritte su una melodia dolcissima che a distanza di tempo ha rapito l'attenzione del pubblico. Eravamo alla fine del 1993 c'era la guerra in Kosovo e composi questo brano che ancora oggi mi commuove; un album mesto già dalla copertina, che non contiene nessuna delle hit più conosciute. Eppure le strade che portano alla realizzazione di un disco sono le più diverse e a volte, quasi per magia, il prodotto finale può risultare enormemente migliore della somma delle sue componenti. Il sapore di Henna beneficia poi di un ingrediente tanto necessario quanto difficile da reperire sul mercato: la sincerità. E tutto cambia. La necessità dell'amore, la solitudine, la perdita di contatto sia fisico che emotivo con gli altri e con la realtà, l'alienazione della grande città sono i temi toccati nell'album».
"Caruso", "L'anno che verrà", "Anna e Marco", tanto per fare alcuni esempi, i suoi brani con il tempo migliorano, come il buon vino, queste canzoni fanno parte della nostra storia musicale, rimarranno nel tempo.
«Io non so se sia vero quello che lei dice, di fatto Caruso l'ho composta a Sorrento, un po' per caso: in una delle mie navigazioni in barca nel Mediterraneo. Ebbi l'occasione di alloggiare nella stanza d'albergo che aveva ospitato il cantante lirico Enrico Caruso. Lì ho composto il brano che ha venduto otto milioni di copie nelle tante versioni tratte, anche da Pavarotti, Iglesias con me cointerprete. Per quanto riguarda L'anno che verrà, si tratta dell'unico brano politico che ho scritto. Successe dopo il Settantotto, dopo il sequestro Moro. Non mi piaceva quell'Italia ripiegata su se stessa e impaurita dal terrorismo. E così ne è uscito un brano in cui la gente non comunica, si nutre di televisione e chi non ha nulla da dire, paradossalmente, parla anche troppo. La gente ha capito, quel motivo me lo chiedono ancora oggi. Anna e Marco invece sono due ragazzi di ieri, che frequentavano il bar sotto il mio studio di registrazione, li vedevo ogni giorno, sempre lì, tra una pausa e l'altra prima di registrare. Li ho immaginati prigionieri di un mondo senza futuro, poca vita, sempre quella».
Come, purtroppo, accade a molti di noi, isole nella corrente.
MAURO MOLINAROLI