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Sabato 30 Giugno 2007 - Libertà

A Vigoleno un Trovatore minimalista

Successo al Castello per l'allestimento della Fondazione Toscanini, regista Elisabetta Courir
Da Servile a Zulian e alla Pellegrino, cast all'altezza

VIGOLENO - Per il "Teatro Castello", il cartellone di rappresentazioni liriche che ogni estate la Fondazione Toscanini mette in scena al castello di Vigoleno, Il Trovatore di Giuseppe Verdi non è solo una scommessa a basso rischio su un titolo di inalterabile popolarità: è un'opera tutelare, un pezzo di storia, quasi un portafortuna.
Fu proprio un Trovatore, nel 2001, a tenere a battesimo questo originalissimo "non teatro" nato da un'intuizione dell'allora sindaco di Vernasca Sidoli, che stava studiando il rilancio turistico di questo borgo medioevale di miracolosa bellezza appena restaurato e trovò nella Fondazione Toscanini un partner disposto a correre il rischio dell'avventura. Ed è stato ancora un Trovatore, l'altra sera, a fare un pienone di applausi (nonché di pubblico: tutti i posti erano esauriti, e lo sono già pure per le repliche di stasera, venerdì 6 e sabato 7 luglio) in un nuovo allestimento che la Toscanini ha coprodotto con il Teatro dell'Opera Giocosa di Savona. Un allestimento basato sulla sapiente e pragmatica lettura musicale del direttore Massimiliano Stefanelli, che ha guidato l'Orchestra Toscanini tra le pieghe di questa partitura (forse la più irresistibile concentrazione di melodie a presa immediata del melodramma ottocentesco) con tempi, accenti e umori che sembravano fatti apposta per l'uditorio più tradizionalista ma non cadevano mai nelle sguaiataggini bandistiche con cui tanti direttori d'orchestra rovinano il Verdi della "trilogia popolare".
Dal canto suo, la felice messinscena firmata dalla regista Elisabetta Courir (una donna di teatro che, figlia del grande musicologo Duilio, ha potuto contare sulla più raffinata educazione musicale immaginabile), è stata "minimalista" quanto è stata "massimalista" quella del 2001. Quest'ultima era stata frutto della sensibilità iperromantica di un'altra regista, Mietta Corli, che aveva azzeccato una chiave di lettura suggestiva (il conflitto fra due "mondi femminili" antagonisti e inconciliabili: quello fiammeggiante di Azucena e quello acqueo e notturno di Leonora) e l'aveva sepolta in un turbinare di colpi di scena da film di cappa e spada e di proiezioni luminose che usavano il mastio del castello a mo' di schermo. Tra le due messe in scena, l'unico elemento di continuità è nel solido artigianato "tradizionalista" dei costumi di Artemio Cabassi: la regia di Courir è austera, agile, quasi stilizzata nelle felici coreografie delle scene di massa, ben servita in questo dalle scabre scene in legno - molto "medievali" - disegnate da Guido Fiorato.
Una messinscena che, lavorando sui "vuoti" più che sui "pieni", lascia parlare con tutta la sua eloquenza il materiale già dato in partenza: la possente, severa architettura del castello, "fondoscena" fisso di impagabile suggestione. Va detto, una volta per tutte, che quello di Vigoleno non è un teatro all'aperto come gli altri. Un po' come il teatro che il Fitzcarraldo protagonista dell'omonimo film di Herzog si incaponiva a costruire in mezzo alla foresta amazzonica, anche questo, a modo suo, è il frutto di un'ardimentosa lotta contro la natura: la sua bellezza, unica nel proprio genere, si paga infatti con la perenne incertezza sulla benignità del tempo, perché da queste parti, di sera, quando c'è vento c'è vento.
L'altra sera il tempo ha avuto un occhio di riguardo e i cantanti hanno potuto dare il meglio di sé. Renzo Zulian, tenore che non brilla forse per precisione e finezza di fraseggio ma è benedetto da una voce molto bella (e soprattutto "tanta"), è stato un Manrico capace di entusiasmare la platea (specialmente in una Di quella pira bipartisan, che univa il "da capo" filologico al Do di petto di tradizione: ma, come quasi tutti gli interpreti, sembra dimenticarsi che i versi «era già figlio prima d'amarti/ non può frenarmi il tuo martir» sono rivolti a Leonora). Katia Pellegrino è stata una Leonora lirica e palpitante il giusto, specialmente in D'amor sull'ali rosee. Tea Demurishvili è stata un'Azucena molto corretta e scenicamente efficace, al pari del basso Enrico Iori, a suo agio nell'infidissima parte di Ferrando. Detto che anche i comprimari (Cristina Cappellini, Dario Magnabosco, Luca Tamani e Roberto Franci) hanno fatto la loro più che onesta figura, tengo per ultimi i due protagonisti più emozionanti. Uno è il grande baritono Roberto Servile, che l'altra sera può magari essere stato un pelino sottotono rispetto ai suoi standard ma resta sempre il più emozionante, il più credibile, il più bravo Conte di Luna disponibile sulla piazza internazionale. E l'altro è un "protagonista collettivo": il magnifico Coro del Municipale diretto da Corrado Casati, che molti teatri del mondo dovrebbero invidiarci.

Alfredo Tenni

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