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Lunedì 18 Giugno 2007 - Libertà

"Bengalli", è proprio un'annata di genietti

CONCORSI DI MUSICA DELLA VALTIDONE - In Fondazione la rassegna pianistica ha rivelato diversi talenti
Namirovsky, Gorlatch, Shaer e Lavrynenko: altissimo livello

I primi premi, nelle competizioni musicali di levatura internazionale, sono come le riserve speciali dei grandi vini: nelle annate meno felici, bisogna avere il coraggio di non farle uscire. A questa regola si sono sempre lodevolmente attenuti i Concorsi internazionali di musica della Valtidone. La regola è spietata: se, a giudizio della giuria, in una data competizione nessun concorrente raggiunge certi standard di eccellenza, il primo premio non viene assegnato, punto e basta. Il titolo di "primo classificato", nei Concorsi della Valtidone, deve diventare un blasone che non può a nessun costo essere deprezzato, nemmeno in anni di vacche magre.
Tutto questo per dire che, quando la ciambella esce col buco e il premio pianistico "Silvio Bengalli" (il piatto forte della manifestazione) ha il "primo premio" assegnato, allora siamo certi di trovarci di fronte a un fuoriclasse. E, se come è accaduto in questa edizione del premio, il primo classificato non trionfa per manifesta superiorità sui suoi competitori, ma si impone sul secondo classificato per un punto di distacco (97 centesimi di voto medio contro 96) al termine di un serrato testa a testa, dopo avere diviso la giuria presieduta dal direttore del Mozarteum di Salisburgo Karl-Heinz Kämmerling, allora vuole dire che siamo di fronte a una vendemmia da annata eccezionale. E che, al concerto finale dei pianisti premiati, saranno scintille tra metalli nobili. Soprattutto se, fra i due litiganti, anche il terzo può vantare buone frecce al suo arco. A maggior ragione se i "terzi" sono due, saliti sul podio ex aequo.
Tutto questo si è verificato puntualmente nel concerto, presentato dal direttore artistico Livio Bollani e da Giovanni Palisto, che l'altra sera, all'Auditorium della Fondazione di Piacenza e Vigevano, ha visto esibirsi il vincitore del "Bengalli", Michael Namirovsky, israeliano di Haifa immigrato dalla Russia (è nato a Mosca 26 anni fa) accanto agli altri tre premiati: il diciottenne prodige ucraino Alexej Gorlatch (secondo), l'israeliano Ishay Shaer e l'ucraino Volodymyr Lavrynenko (terzi a pari merito). Quattro giovani, autentici artisti che - per quello che si può capire di un pianista da un'esibizione di pochi minuti - sono parsi così diversi tra loro da far venire alla mente la teoria, che fu di Empedocle prima che degli alchimisti, dei quattro elementi.
A dispetto della sua facies simpaticamente rustica, da ragazzone di campagna, il vincitore Nanirovsky è l'Aria. Allievo a Monaco di Elisso Virsaladze, sublime interprete di Schumann e del repertorio russo, Namirovsky ha saputo difendere la propria individualità dall'influsso di una maestra di tale autorevolezza: il suo tocco è aereo, mercuriale, quasi secco, l'uso del pedale è molto misurato, il feeling per i passaggi veloci è molto marcato. Il Debussy dei Préludes (Libro Primo, numero 11) è asciugato da ogni sentimentalità, gli Études-Tableaux op. 33 di Rachmaninov (il numero 6 e il 7) pongono la levigatezza formale in secondo piano rispetto a un flusso di energia nervosa che sembra elettrificare le partiture. La sua bravura è fuori discussione, ma al primo impatto lascia nella mente dell'ascoltatore una domanda: «Mi piace veramente?».
L'adolescente Gorlatch, secondo classificato, ha 18 anni ma è un pianista d'altri tempi: ha eseguito la celeberrima Polacca op. 53 di Chopin con un arsenale di effetti "grand piano" che avranno fatto sobbalzare i patiti del rigore e della filologia. Il "suo" Chopin, estroverso e muscolare, è probabilmente antistorico. Però che ricchezza di timbri, che tavolozza di colori, che sensuale capacità di "muovere" i bassi, che suoni torniti e rotondi. All'inizio sembra Fuoco, poi capisci che, invece, è Terra.
Shaer si è prodotto in Scarbo, l'anima nera e demònica del simbolo stesso del virtuosismo pianistico: il trittico Gaspard de la Nuit di Ravel, in un'esecuzione carica di intensità. I grevi, poderosi rintocchi dei bassi sotto le acrobatiche figurazioni della mano destra sembrerebbero apparentarlo alla Terra; ma il suo pathos di estrema tensione, come consumato da un continuo ardere, quegli armonici dei pedali che sembrano riverberare sulla partitura il riflesso di una fiamma, tradiscono la sua natura di Fuoco.
Il fluido e cristallino pianismo di Lavrynenko, infine, è perfettamente Acqua. Lo è fin dalla scelta del primo brano, Jeux d'eau di Ravel, con gli spruzzi e le spume di note di questi "giochi d'acqua" musicali risolti con sicurezza in una caleidoscopica, tenuissima, gamma di colori. E il suo Rachmaninov, con l'Étude-Tableau op. 38, n. 9 è purissimo e commovente. Per gusto e sensibilità, confesso che Lavrynenko è quello che mi è andato più a genio. E lo stesso, evidentemente, è stato per gli spettatori votanti e per la "giuria di qualità" (in cui sedeva, tra gli altri, il direttore del Nicolini Fabrizio Garilli) che proprio a Lavrynenko hanno conferito il Premio Libertà, consegnato dall'editrice Donatella Ronconi al giovane pianista ucraino.

ALFREDO TENNI

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