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Sabato 9 Giugno 2007 - Libertà

L'eredità della psichiatria

Eugenio Borgna ha presentato la raccolta di saggi di Stefano Mistura

Sono circa 500mila le persone che, in Italia, soffrono di schizofrenia. Individui soli, inquietanti, da temere e da rinchiudere, almeno, fino all'introduzione della legge 180/78, proposta da Franco Basaglia. E' solo da allora che è emersa una nuova concezione della follia, una domanda politica sul senso di quella che si configura come una possibilità umana, un "quid" nascosto in ognuno: è l'enigma dell'uomo analizzato dall'occhio attento e sottile della filosofia, declinata in chiave fenomenologica.
Un approccio, quello che va da Husserl ad Heidegger, fatto proprio da Stefano Mistura, direttore del Dipartimento di salute mentale e delle dipendenze patologiche dell'Azienda Usl di Piacenza, che ha deciso di racchiudere quarant'anni di lavoro da psichiatra in un solo libro, L'eredità dispersa, presentato alla Fondazione di Piacenza e Vigevano da Eugenio Borgna, responsabile del servizio di psichiatria dell'ospedale Maggiore di Novara ed artefice di un processo di svecchiamento della tradizione provinciale terapeutica, fin dai primi anni Settanta.
«Il libro di Mistura si configura come una preziosa raccolta di saggi e conferenze, dal 1967 al 2007, di uno studioso che, partendo da Roma, ha legato la sua vita a Piacenza, attraverso l'esperienza innovativa di Villa Speranza», ha esordito il filosofo Federico Leoni, nel presentare i protagonisti della serata. «Un protagonista poliedrico della psichiatria italiana, che ha cercato di individuare il nodo della teoria della prassi: questo nodo è rappresentato dall'esigenza di un'apertura verso la follia, dalla necessità di aiutare i pazzi ad essere folli».
Ciò che Mistura ha raccolto in questi anni è effettivamente un'eredità: una molteplicità di vocazioni, vissuti quotidiani, riflessioni e confronti metodologici con una cultura «che si può definire classica e profondamente ancorata alla ricerca filosofica» ha precisato Borgna, «da Sartre a Husserl, da Anassimandro a Empedocle, da Eschilo fino a Spinoza, senza dimenticare la fondazione metodologica della psicoanalisi di Freud e Jung».
«Ma l'aspetto più importante di Mistura - ha continuato lo studioso, che è anche docente all'università di Milano - è la profonda sensibilità con cui questa cultura affronta la follia: non è mascherata da inutili teosofismi o da vani narcisismi, ma si immedesima nelle speranze infrante, si apre agli scenari dolorosi, alle istanze suicide dei pazienti». E l'attenzione per la pratica di una professione che ha visto Mistura allievo di personalità rivoluzionarie della psichiatria, da Basaglia a Giovanni Jervis, da Michele Risso a Eugene Minkowski, non è l'unica tematica di un'eredità che, alla luce di quello che l'autore stesso definisce "l'odierno innalzamento dei confini", non può che configurarsi drammaticamente dispersa, ormai perduta: un'eredità in cui le riflessioni freudiane sull'importanza dell'ascolto si legano al rigore che porta alla luce le voci dolorose e strazianti dei pazienti, la violenza di alcune pratiche psichiatriche, ma anche la quotidianità che accompagna la terapia.

ELISABETTA PARABOSCHI

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