Mercoledì 6 Giugno 2007 - Libertà
«La schizofrenia si può guarire»
Intervista al docente dell'Università di Milano che domani sera sarà a Piacenza per presentare l'ultimo libro di Stefano Mistura
Eugenio Borgna parla della malattia più inquietante
Quando uno dei tuoi familiari ha avuto a che fare pesantemente con la depressione, il desiderio di conoscere uno psichiatra come Eugenio Borgna è grande. Borgna sarà a Piacenza (Auditorium della Fondazione in via Sant'Eufemia) domani sera, per presentare l'ultimo libro di Stefano Mistura L'eredità dispersa (Scritture) una lunga serie di saggi scritti tra il 1997 e il 2007, un libro importante, tra filosofia e psichiatria di cui Borgna ha scritto la prefazione.
Piemontese, libero docente in Clinica delle malattie nervose e mentali presso l'Università di Milano, Eugenio Borgna è responsabile del Servizio di psichiatria dell'Ospedale Maggiore di Novara. Autore di numerosi saggi tra cui L'arcipelago delle emozioni e Malinconia, alterna una produzione più tecnica, rivolta ai colleghi psichiatri a libri più divulgativi dove analizza emozioni e sentimenti che possono essere segni di disagio e psicosi.
Professore, uno dei suoi libri di maggiore successo s'intitola malinconia, uno stato dell'anima o una malattia?
«La malinconia è un luogo dell'anima, descritta mirabilmente da Leopardi nello Zibaldone, può diventare patologia quando l'esistenza intera pare svuotarsi e farsi esangue. Iniziativa e spontaneità agonizzano, mentre aumentano ansia, debolezza e disperazione, cosicché la vita, lungi dal riuscire a proiettarsi, ad evolversi nel futuro seguendo questo o quel progetto, si arresta e ritrae in un maldestro tentativo involutivo di difesa rivolgendosi con lacrimosa nostalgia al passato in uno stallo nichilistico. Per questo, secondo Starobinski, metafora della malinconia è la vedovanza. Ad onta di tutto ciò, da sempre si è sottolineato il legame fra la malinconia - quantomeno come stato d'animo, Stimmung - e la creatività, l'esperienza artistica, il genio. Aristotele fu tra i primi a chiedersi per quale motivo spesso celeberrimi poeti, filosofi, tra cui Socrate e Platone, soffrissero di un temperamento malinconico. E cercò di rispondere al suo interrogativo affermando che, se la loro costituzione è in grado di riuscire a raggiungere un equilibrio ottimale, essi possono divenire "uomini eccezionali". Ma allora non già la malattia, la depressione, favorirebbe la vocazione creativa, bensì piuttosto la sofferenza che da essa deriva. Una sofferenza che, in questa prospettiva, dilata vertiginosamente le profondità degli abissi che si aprono nella conoscenza della propria soggettività e della propria esistenza. Dunque anche solo scegliendo di dar voce a quel che altrimenti imploderebbe in afono grido di dolore, il deserto in cui languisce il malinconico può essere vivificato dalla speranza e il vuoto trasformarsi in virtualità, in promessa di pienezza».
Normalità, devianza, pazzia. C'è una follia di cui tutti abbiamo paura perché in Italia sono circa 500mila le persone affette da schizofrenia.
«Tutta l'impalcatura della psichiatria manicomiale si reggeva sulla realtà di quella che è la malattia, oggi certo come ieri, più inquietante, più grave, più sconosciuta, più enigmatica che è la schizofrenia. Quella che i medici chiamano "psicosi" e l'inconscio collettivo definisce "follia". La follia, quella di cui tutti hanno paura, quella di cui si occupa anche il dibattito in atto, non riguarda se non l'esperienza schizofrenica, che ha in Italia, come in Australia o in Africa, un'incidenza dello 0,8 per cento, massimo 1,2 per cento su una popolazione generale. Teniamo presente però che all'interno di questa realtà clinica complessa, che chiamiamo schizofrenia, un terzo dei pazienti, cioè il 30 per cento delle schizofrenie - come hanno dimostrato ricerche di psichiatri svizzeri tra cui Manfred Bleuler - oggi guarisce spontaneamente. Una guarigione resa possibile dai servizi di psichiatria ospedaliera e accelerata dalla somministrazione di psicofarmaci ad azione antipsicotica».
I manicomi di un tempo tendevano a rendere cronico il fenomeno della schizofrenia?
«Finendo nei manicomi o comunque in strutture chiuse, queste schizofrenie da acute rischiavano di trasformarsi in croniche per la cronicizzazione che l'ambiente determinava. Rischio che non vedo scongiurato se si facilitano trattamenti coatti e si creano strutture alternative dove sarà più facile il ricovero, più semplice la deresponsabilizzazione del medico. Un altro 30 per cento degli schizofrenici giunge invece a quella che è definita "guarigione sociale". Mentre la prima è una guarigione "clinica", nel senso che scompaiono i sintomi, questo ulteriore terzo di pazienti riacquistano modelli di vita adeguati socialmente, anche se con gradazioni diverse, al di là del fatto che sopravvivano o meno sintomi all'interno della loro condizione di vita. E' dunque soltanto nel restante 30 per cento che la malattia tende a evolversi nel tempo, o a mantenersi con aspetti che però cambiano di caso in caso anche nel corso del tempo - benché psichiatri serissimi come sono stati in Svizzera Luc Ciompi, direttore della clinica universitaria di Berna, e Manfred Bleuler, direttore della clinica universitaria di Zurigo, ritengano che anche questo 30 per cento di pazienti che si cronicizzano o che tendono comunque a presentare i sintomi nel corso del tempo, possa essere ridotto se l'ambiente in cui i pazienti vivono è un ambiente psicologicamente terapeutico e socialmente terapeutico. Gli stessi Ciompi e Bleuler arrivano a dire che la percentuale delle schizofrenie che si cronicizza, se si realizzassero integrate e adeguate misure terapeutiche, non sarebbe superiore al 10 per cento: scenari, questi, clinici rigorosissimi fondati su paradigmi scientifici incontestabili».
Alda Merini, poetessa che ha fatto l'esperienza del manicomio scrive: "una volta un'ammalata mi appioppò un sonoro ceffone. Il mio primo istinto fu quello di renderglielo, ma poi presi quella vecchia mano e la baciai. La vecchia si mise a piangere: "Tu sei mia figlia" mi disse e allora capii che cosa aveva significato quel gesto di violenza. Di fatto non esiste pazzia senza giustificazione e un gesto, che dalla gente comune e sobria viene considerato pazzo, coinvolge il mistero di una inaudita sofferenza che non è stata colta dagli uomini".
«Non conosco personalmente Alda Merini. Bisognerebbe che la leggessero anche quelle schiere di psichiatri farmacisti, tutti coloro che trionfalizzano il paradigma esclusivamente biologico, dove tutto è destino che nasce all'interno di circuiti nervosi impazziti. Tesi questa apparentemente scientifica, in realtà impregnata di una ideologia materialistica e positivistica per cui ogni esperienza umana che si allontani o comunque sia diversa da quella che viene prospettata come unica ragione normativa di realizzazione, nasce da una alterazione organica del cervello. La psichiatria è una disciplina insieme rigorosa e umana. Ha bisogno della riflessione psicologica, del confronto con la filosofia, della voce dei poeti. Ne ha bisogno perché il suo oggetto non è se non la vita interiore, che può anche impazzire certo, ma che non può certo essere ridotta a semplice emanazione di un cervello che tanto più è perfetto nei suoi meccanismi neuronali e tanto più è sottratto agli artigli e alle ombre delle sofferenza, dell'angoscia, della depressione».
MAURO MOLINAROLI