Fondazione di Piacenza e Vigevano Stampa
  Rassegna Stampa
spazio
  Comunicati Stampa
spazio
  Eventi Auditorium Piacenza
spazio
  Eventi Auditorium Vigevano
spazio
  Comunicazione
spazio

 
Home Page     Rassegna Stampa   


Lunedì 4 Giugno 2007 - Libertà

Da Maria del Corano un dialogo tra fede
islamica e cristiana

Con la relatrice Ida Zilio-Grandi

Forse mai con l'urgenza propria dei nostri tempi si è imposta la necessità di tentare di istituire un dialogo tra la fede islamica e quella cristiana. A questo scopo numerose sono le iniziative organizzate da vari enti pubblici e privati e fra queste si colloca il dittico di incontri promosso dal Centro culturale evangelico "John Wesley", dalle Chiese Ortodosse rumena e macedone di Piacenza e dalla Commissione diocesana per l'ecumenismo della Diocesi di Piacenza-Bobbio: due incontri, si diceva, quelli organizzati, volti a rintracciare elementi di tangenza tra i testi della tradizione religiosa cristiana e quelli della corrispondente tradizione islamica. Il primo appuntamento è stato dedicato alla figura di Maria nel Corano, il secondo, tenutosi l'altra sera all'Auditorium della Fondazione di via Sant'Eufemia, alla presenza di Gesù nei testi sacri islamici: relatrice di entrambi gli incontri, la professoressa Ida Zilio-Grandi, docente di islamistica e letteratura araba presso l'Università di Genova.
Nel suo chiaro e molto ben argomentato intervento la Zilio-Grandi ha parlato della presenza di Gesù nel Corano, indagando questioni di tipo linguistico ed etimologico connesse al modo in cui Cristo viene definito in seno alla tradizione mistica islamica: scelta corretta oltre che suggestiva, giacché le parole sono veicolo di informazione e l'indagine della loro radice etimologica ne favorisce la comprensione approfondita. Tre, ha precisato la relatrice, sono i principali modi con cui è chiamato Gesù all'interno del Corano: egli è detto per lo più "Figlio di Maria", non mancano attestazioni ove invece è indicato con il nome "Messia", numerosi anche i passi ove è definito "Servo di Dio". Quale il senso di questi appellativi? Gli esegeti hanno interpretato il primo caso di nominazione come un esempio di dimostrazione della falsità del credo ebreo e cristiano: Gesù è definito col matronimico per indicare che non ha padre terreno (contrariamente alla tradizione cristiana), né tanto meno padre divino, giacchè la sensibilità islamica non concepisce un Dio generatore; l'espressione impiegata in questo caso per designare il Cristo è inoltre da intendersi in direzione antiebraica, nella misura in cui scagiona Maria dall'accusa di fornicazione: se Dio ha scelto lei per generare Gesù, non può che aver scelto una donna pura e buona, dunque lontana da qualsiasi accusa. Ma Gesù è anche il Messia, termine la cui etimologia rimanda a due radici di significato: una allude alla mano di Cristo che accarezza i fedeli per guarirli o per mondarne i peccati, l'altra fa riferimento a Gesù in quanto pellegrino. Il terzo e ultimo modo in cui è definito Gesù nella cristologia islamica è "Servo di Dio", ove si intende dunque che egli non è il figlio di Dio, ma ne è il servitore: di nuovo dunque viene allontanata l'idea di un Dio generatore propria del cristianesimo. Ultimo interessante riferimento, quello alle facoltà del linguaggio, di cui Cristo viene riconosciuto indiscutibile maestro: egli incarna un momento altissimo del linguaggio, è come se fosse la parola stessa: non a caso egli è un profeta, uno dei tanti che annunciano la venuta di Maometto, appunto col dono della parola.

SALVATORE MORTILLA

Torna all'elenco | Versione stampabile

spazio
spazio spazio spazio
spazio spazio spazio