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Domenica 27 Maggio 2007 - Libertà

Cimarosa inedito, Muti trionfa a Salisburgo

Ottima interpretazione del "Ritorno di don Calandrino" con la regia di Cappuccio che ha aperto il Festival di Pentecoste
Per "re Riccardo" e i ragazzi della "Cherubini" dieci minuti di applausi

SALISBURGO - Il Vesuvio sulla Salzach: tavolozza di colori sul palcoscenico, costumi opulenti su scene lineari funamboliche, un Settecento carico in rilettura ironica, una musica sublime e lo spirito di Mozart in versione napoletana che aleggia ovunque.
È questa l'impressione dominante dopo la "prima" de Il ritorno di don Calandrino di Domenico Cimarosa, con cui è stato inaugurato l'altra sera a Salisburgo il Festival di Pentecoste (in programma fino a domani, coproduzione di Ravenna Festival e Teatro Municipale di Piacenza). Sul podio il maestro Riccardo Muti che ha diretto la sua Orchestra Giovanile Cherubini) prendendola per mano e sollevandola a vette interpretative che facevano pensare ai Wiener Philharmoniker. La regia è di Ruggero Cappuccio, le scene di Edoardo Sanchi, i costumi di Carlo Poggioli.
L'opera è stata recuperata da Muti, dopo un letargo secolare, dai tesori nascosti, e purtroppo dimenticati, della Biblioteca del Conservatorio San Pietro a Maiella e riproposta per il debutto a Salisburgo.
Per tre anni, a partire da adesso, il direttore napoletano porterà capolavori dimenticati della scuola partenopea al Festival di Pentecoste, diretto in passato da Karajan con i suoi Berliner Pilharmoniker. Con Muti invece l'orchestra tutelare sarà la "Cherubini", da lui fondata tre anni fa a Piacenza. I ragazzi e ragazze italiani hanno suonato dando l'anima e facendo dimenticare di essere al loro battesimo nella città di Mozart (presente ad accompagnarli anche la vicepresidente della Fondazione Cherubini Giovanna Calciati).
L'intreccio dell'opera (libretto di Giuseppe Petroselli) è piuttosto complicato ma è fatto dei soliti ingredienti di tutte le opere buffe: corteggiamenti, intrighi amorosi, minuetti di sentimenti con alla fine un lieto fine per tutti. Nel paese di Monte Secco tutti aspettano l'arrivo di don Calandrino, un (presunto) uomo di mondo e di cultura che millanta di avere viaggiato in lungo e in largo. La bella del villaggio, Livietta, gli ha puntato gli occhi addosso, come anche Irene, sorella del sindaco Valerio, che però non regge la concorrenza con la rivale. A complicare le cose è la presenza di un tal Le Blonde, un francese che si dà più arie di quante gli altri siano disposti ad accreditagli. Alla fine, sventato il peggio a un duello di gelosia fra i due contendenti di Livietta, tutto si aggiusta: Calandrino si piglia Livietta, Le Blonde Irene, e il sindaco rimane a bocca asciutta. La «forza di quest'opera - come ha spiegato lo stesso Muti - non sta nelle azioni teatrali ma nella comicità del dialogo, delle parole». In quest'opera «si sentono molti elementi del successivo Mozart» e alcuni passaggi richiamano alla mente il mondo del suo librettista Lorenzo Da Ponte (ad esempio la Despina di Così fan tutte o Don Giovanni nell'opera omonima). Il cast è composto tutto di cantanti giovanissimi: il bravissimo argentino Juan Francisco Gatell nel ruolo protagonista di don Calandrino, Laura Giordano (Livietta), Monica Tarone (Irene), Marco Vinco (Le Blonde) e Leonardo Caimi (Valerio).
Bravissimi anche i ragazzi dell'Orchestra Cherubini, che hanno saputo rendere con maestrìa la musicalità descrittiva e quasi onomatopeica che segna la cifra stilistica di quest'opera di Cimarosa. Al cembalo l'italiana Speranza Scappucci, arruolata per l'occasione dalla "Cherubini", che ha impresso una sferzata di fantasia ai recitativi che accompagnano sempre la scena. Alla fine 10 minuti di applausi - ad applaudire in sala anche la regina Sofia di Spagna - chiamate fuori scena, boati e tripudio per Muti, che ha fatto salire i suoi musicisti sul palco. L'operazione Napoli-Salisburgo dunque è pienamente riuscita.
Alla eterna, e insolubile, diatriba sulle origini di Mozart (chi gli attribuisce una paternità bavarese chi austriaca) e sull'idea che non sia caduto dal cielo bensì sia il frutto e la somma, anche, della tradizione napoletana, Muti ha così risolto ironicamente l'indovinello: «Forse Mozart è proprio caduto dal cielo, ma sorretto da angeli napoletani».

Flaminia Bussotti

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