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Venerdì 11 Maggio 2007 - Libertà

Rivolta e l'iniquità della condanna
del filosofo Socrate

Applausi all'attore in Fondazione

PIACENZA - La maieutica in scena. Uno spettacolo antico, le ingiustizie di un passato ormai remoto, la volontà di pensare, di riflettere anche se davanti si ha la morte. Ecco che cosa Carlo Rivolta ha mostrato al folto pubblico intervenuto in Fondazione per assistere alla recita del dialogo platonico Critone: la tragedia finale della vita di Socrate, nel momento in cui, ormai in carcere ad attendere l'esecuzione, affronta il suo amico, che gli propone una misera fuga.
Una vergognosa evasione, che il filosofo però rifiuta con decisione, portando alla luce ancora una volta i principi fondamentali del suo agire. Quanto possa essere attuale oggi l'iniquità della condanna di Socrate è emerso chiaramente in ogni momento del breve spettacolo, a cominciare dall'entrata in scena del personaggio, immerso in un placido e tranquillo sonno.
«Non ti ho svegliato» ha sussurrato concitatamente la voce di Critone da qualche oscuro angolo della Fondazione, «dormivi così bene?», per poi iniziare il suo vano tentativo di corruzione, anche se è difficile definire «corruzione» il tentativo di salvare un uomo innocente da una condanna ingiusta.
«Fuggi, fallo per te stesso, per i tuoi figli, per noi che siamo tuoi amici!» lo ha incalzato, cercando tutti gli stratagemmi per convincere il filosofo ad evadere, ma Socrate non ha accettato il consiglio; richiamandosi alle sue convinzioni, ai pensieri che hanno guidato la sua intera vita, fino all'Apologia conclusiva al processo, egli ha rifiutato l'esilio; ha rifiutato di ripagare l'ingiustizia con un'altra ingiustizia e, attraverso un periodare chiaro, un'esposizione che procede per domande, ha convinto Critone della giustizia delle sue idee.
Così anche Rivolta ha convinto il pubblico, fattosi Critone, a riflettere; a fare, con le intense parole di Seneca, una sola cosa del proprio pensare, dire ed agire.
Un'interpretazione appassionata e vibrante, quella del noto attore, già ampiamente apprezzato a Piacenza proprio nell'Apologia, il primo atto della tragedia immortalata da Platone: se però il personaggio portato in scena allora era inserito nel quadro drammatico del processo, il Seneca che ha affascinato il pubblico stavolta è un individuo saggio, ma ironico, un emblema di sapienza ed umanità, che lo stesso Rivolta ha reso pienamente dal momento della prosopea delle leggi a quello dell'esaltazione della giustizia, che deve essere anteposta a tutto, anche ai figli.
La tensione drammatica ed il fascino splendente della carica argomentativa dimostrata dall'attore ha avvolto il pubblico in una vicenda di un'attualità angosciante ma anche di grande dignità; una lezione di vita, data attraverso le parole di un filosofo immortale e l'interpretazione, altrettanto eterna, di Carlo Rivolta.

Elisabetta Paraboschi

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