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Domenica 8 Aprile 2007 - Libertà

Verdi? Un gran comunicatore
Humburg: sa arrivare al cuore dello spettatore

Municipale Parla il maestro tedesco che dirigerà la Toscanini in "Attila"

piacenza - Giuseppe Verdi si interessò ad Attila attraverso il dramma di Werner per farne un'opera per il Teatro La Fenice di Venezia. Attila fu re degli Unni e dal 434, per 20 anni, dominò gran parte dell'Europa, fino a Ravenna, da cui scacciò l'imperatore Valentiniano III.
Dopo più di un secolo di dimenticanza, l'Attila torna al Municipale in coproduzione con i Teatri di Modena e Ferrara; anteprima martedì con la compagnia giovani, "prima" mercoledì con Michele Pertusi, Roberto Servile, Dimitra Theodossiu, Walter Fraccaro, Giovanni Maini, Alberto Rota. Repliche venerdì 13 e domenica 15. L'Orchestra della Fondazione Toscanini è diretta dal maestro Will Humburg.
Humburg, originario di Amburgo, da anni collabora con i teatri lirici e le istituzioni musicali in Italia. Con la Fondazione Toscanini conta diverse collaborazioni per concerti sinfonici e allestimenti d'opera. Ha collaborato più volte anche con l'Ofi con sede a Piacenza.
«Ho avuto occasione di affrontare l'opera Attila - ricorda il maestro Humburg -, al Festival Verdi di Busseto. Ogni volta studio la partitura, leggo e cerco di capire le intenzioni del musicista, il libretto conta meno. Immagino le situazioni, la verità delle espressioni. Ricostruisco il processo creativo andando a ritroso, quello che il musicista ha fatto e perché l'ha fatto in quel modo, per arrivare alle intenzioni. Così è possibile rispettare la scrittura musicale, ma soprattutto rendere allo spettatore la situazione drammatica. Il canto è legato alla scena, conta più di tutto il gesto teatrale che è la sintesi di parola, canto, musica per arrivare al cuore dello spettatore. Verdi e Puccini, più di tutti hanno capito il fatto teatrale. Bastano due battute, se ben messe, per fare capire la situazione, stabilire la comunicazione, il coinvolgimento emotivo».
Maestro, come si dispone lei nei confronti dell0orchestra e den cantanti?
«Sono molto pignolo, esigo il rispetto del ritmo, nella musica ci sono le intenzioni, il sottotesto, il linguaggio oltre le parole. Per esempio, posso cantare, pronunciare bene parole, cantare le note giuste, ma così non si capisce se sono contento o triste, cattivo e buono. Il ritmo musicale stabilisce la verità delle situazioni. Non basta stare alle note, come fanno tanti giovani cantanti, bisogna dare senso a quello che si canta. E' un problema di educazione. L'interprete deve sapere tutto del suo personaggio per capire cosa sta facendo, perché dice quelle parole e non altre. Il tutto per farlo capire allo spettatore».
«Attila» ha avuto immediato successo di pubblico, poi l'interesse è venuto meno. Perché?
«Le ragioni possono esser diverse. Certamente una di esse sta nel finale poco risolto. Verdi l'ha voluto così, ma è tronco, dodici battute ed è tutto finito. I ruoli sono invertiti, il tenore è messo in secondo piano, il basso-Attila è protagonista con il baritono-Ezio. C'è una sola donna, ma nessun duetto d'amore, l'atmosfera è cupa, inoltre l'allestimento richiede una macchina teatrale importante. In Germania Attila non è tanto rappresentata, ancora legata allo schema aria-cabaletta, che poi lo stesso Verdi supererà in Rigoletto e Traviata. Più eseguo Attila, più trovo la musica di una forza psicologica sorprendente. Qui disponiamo di un quartetto di voci di altissimo livello, un'occasione da non perdere».

Gian Carlo Andreoli

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