Giovedì 5 Aprile 2007 - Libertà
Jeshua, il processo duemila anni dopo:
il re dei Giudei in una toccante lettura
In Fondazione applausi al dramma scritto e diretto da Andreoli
PIACENZA - Un processo post mortem. Quella dell'imputato. Una tragica vicenda giudiziaria di chiara impronta politica accaduta ben prima di Mani Pulite o Vallettopoli. Duemila anni fa. Per una sera l'auditorium della Fondazione si è trasformato in un'aula del tribunale per giudicare la colpa, se colpa vi fu, di un uomo che si proclamava figlio di Dio: Jeshua re dei giudei. Protagonisti del lavoro di Gian Carlo Andreoli che ne firma anche la regia, Flavia Cataldo, nel difficile ruolo del giudice che deve trattare una condanna avvenuta due millenni fa, che da sempre fa discutere l'umanità, ma anche Paolo Contini e Maurizio Contini, che hanno dato volto agli accusatori di Cristo, il sommo sacerdote Caifa e il procuratore romano Ponzio Pilato.
Jeshua sobillatore di disordini, Jeshua che va contro l'ordine costituito, un Jeshua cospiratore, folle, visionario è quello che è emerso dalle parole delle legge; «Quello che ha fatto è disordine!» ha gridato, nel vano tentativo di giustificarsi il rappresentante del Sinedrio. Eppure, se Cristo in vita fu giudicato senza che al processo fossero ammessi i suoi difensori, in Fondazione almeno due c'erano: Pietro, l'apostolo pentito che lo tradì, negando di conoscerlo, e una donna cristiana, ben impersonati da Romano Gromi ed Alessandra Ramelli. E' dalle loro parole che emerge l'immagine di Jeshua che tutti conoscono, quella della Bibbia, quella del Salvatore, quella di colui che moltiplicò il pane e i pesci per sfamare un popolo, che guarì uomini dalla lebbra e ne resuscitò altri, l'immagine di quello che secondo molti, di ieri e di oggi, era davvero il figlio di Dio. Venne tradito per trenta denari e neppure su questo Pietro tace, insinuando che il suicidio di Giuda fu preparato a dovere, perché «conveniva ad entrambi, sia al sommo consiglio ebraico, che alla giurisdizione romana».
Sono uomini reali, quelli portati in scena alla Fondazione, con le loro misere debolezze e i loro patetici tentativi di giustificarsi: Caifa, il sacerdote che lo giudicò secondo la legge giudaica, perché, proclamandosi figlio di Dio, «era un bestemiatore», fu anche colui che consigliò ai Giudei. «E' meglio che un uomo solo muoia per il popolo». Ma a condannare Jeshua fu l'indifferenza di Ponzio Pilato, ancora convinto di non poter fare altrimenti, incalzato dalla volontà del popolo aizzato dal Sinedrio. Una storia antica, quella di Gesù, eppure ancora di grande attualità, nel testo di Andreoli, da cui emerge una tragica verità: vittima della politica, processato senza appello, mandato a morte sia dalla giurisdizione ebraica che dal diritto romano, Jeshua ebbe la sola colpa di voler sovvertire la legge arcaica della Palestina.
Elisabetta Paraboschi