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Martedì 13 Marzo 2007 - Libertà

Jazz fest - Alla conferenza anche Zenni e Bragalini

Con il biografo Porter tra i segreti di Coltrane

PIACENZA - Introdotto e coordinato da Stefano Zenni, musicologo, presidente della Sidma, docente al Conservatorio di Bologna e noto al pubblico degli appassionati di musica perché conduce il programma Il terzo anello su Rai Radio3, l'altro ieri si è svolto all'auditorium della Fondazione di Piacenza e Vigevano il convegno internazionale dal titolo John Coltrane e la sua America.
Una giornata di studi che si era resa necessaria per fare il punto della situazione: «In questi ultimi anni - ha affermato Gianni Azzali, direttore artistico del Piacenza Jazz Fest, manifestazione in cui si colloca anche questo evento - i musicologi e gli studiosi hanno dato diversi importanti contributi sull'opera di Coltrane. Grazie alla collaborazione della Sidma, la Società di studi musicali afroamericani, abbiamo potuto riunire i più grandi esperti in materia per fare luce sull'opera di questo grande personaggio».
Coltrane che fu fautore di alcuni tra i momenti più alti del jazz moderno e dell'intera musica del Novecento fu un grande e influente solista, fu arrangiatore, compositore ma soprattutto fu un esploratore di orizzonti linguistici che ancora oggi rimangono affascinanti ed enigmatici.
«Un uomo che ogni pochi mesi - ha commentato Luca Bragalini, il musicologo che proprio di recente ha scoperto un inedito di Duke Ellington - riusciva a dare una direzione completamente nuova alla sua musica. Per fare questo si servì soprattutto di brani, cosiddetti standard, che dovevano essere abbastanza duttili da permettergli di raggiungere i suoi scopi».
Ed è proprio sui brani "standard" del jazz che Bragalini si è soffermato nella sua analisi mettendo in luce come e quando questa musica è stata canonizzata: «L'idea dello standard - ha proseguito - è nata negli anni Trenta ma si è consolidata intorno agli anni Cinquanta». Ed è in questi stessi anni che entra nella scena jazzistica Coltrane che segna un solco profondo tra la musica degli anni Cinquanta e quella degli anni seguenti: «La sua morte arriva in un momento di crisi della comunità jazz - ha commentato a sua volta Stefano Zenni -. Siamo nella seconda metà degli anni Sessanta e i jazz club chiudono, i gruppi trovano sempre meno seguaci e scompare colui che aveva indicato la strada radicale del jazz.
Contemporaneamente, la morte di Coltrane viene percepita anche come una sfida alla comprensione della sua musica.
Tra l'ascolto di brani, la proiezione di video, grafici e spiegazioni, la giornata di studi si è concentrata, soprattutto nella parte pomeridiana, su Lewis Porter, il maggiore esperto al mondo di Coltrane, autore del libro Blue Trane; la vita e la musica di John Coltrane.
Porter è entrato nello specifico delle composizioni di Coltrane con esempi musicali, e lo ha fatto con una chiarezza e una lucidità che permettono anche a un dilettante, dotato di un minimo di cultura musicale, di rendersi conto di come erano costruiti gli stilemi del saxofonista americano. Porter permette di capire la maniacalità dello studio, l'esercizio portato all'eccesso, la tecnica che mai rimane soddisfatta di sé. Coltrane provava sempre: era ossessionato dalla possibilità di rendere i passi velocissimi con l'esattezza di quelli lenti; studiava e ripeteva un passaggio variandolo ogni volta di pochissimo, cercando di capire come suonava meglio. E Porter ha portato con sé a Piacenza una sorpresa: ha chiuso il convegno con un frammento audio di un'intervista fatta a Coltrane, probabilmente nel '66, di cui non si aveva traccia.

b. v.

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