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Domenica 11 Marzo 2007 - Libertà

"Volammo davvero", prezioso volume curato dalla Valdini

I dialoghi mai interrotti del poeta De André

Ho letto in questi giorni «Volammo davvero», sottotitolo «Un dialogo ininterrotto» a cura della Fondazione Fabrizio De André (Bur). Sono rimasto sorpreso dal fatto che a condurre in porto quell'imponente lavoro sia una giovane piacentina, Elena Valdini. Sorpreso perché si tratta di una mole documentaria molto corposa, tra commenti, articoli, giudizi, rimandi letterari e musicali su Faber, uno dei poeti del Novecento. Non è facile svolgere un'operazione di questo tipo. Ci vogliono esperienza, tempo, passione, conoscenza del personaggio, amici e specialisti che ti danno una mano.
Elena Valdini l'ha fatto, ha svolto questo lavoro con dedizione e con cura e il volume (454 pagine, con una postfazione di Dario Fo) racchiude testimonianze importanti. Fernanda Pivano, Vincenzo Mollica, Cesare G. Romana, Gian Piero Reverberi, Luigi Pestalozza, Antonio Tabucchi, Gianni Vattimo, Nicola Piovani e Roberto Vecchioni sono soltanto alcuni, dei tanti che in questi anni hanno detto la loro, nel ricordo di Fabrizio De André che ora sono inseriti in questo libro.
Nella premessa Elena Valdini scrive di avere impiegato due anni, di essersi sbattuta a destra e a manca pur d'avere questa o quella testimonianza. L'ha fatto con attenzione. Con piglio certosino.

Il piano dell'opera comprende l'universo di Fabrizio, suddiviso in appunti sul bene e quelli letterari, gli appunti americani, quelli sulla poesia, sulla giustizia, sulla guerra, gli appunti anarchici, quelli sulla voce, gli antimilitaristi, quelli sulla lingua e sul dialetto, gli appunti sul pentagramma, quelli sulla donna per concludere con gli appunti apocrifi. Insomma, una raccolta a futura memoria, per capire, attraverso le testimonianze di coloro che l'hanno conosciuto e gli sono stati vicino, la poetica di De André.
Tredici capitoli che provano a raccogliere un dialogo mai interrotto, riannodato da intellettuali illustri, sconosciuti e voci anonime con, per e oltre Fabrizio De André. Questo libro è nato, come sostiene Elena Valdini, per ricostruire un viaggio di cinque anni fatto di parole dette: gli incontri, i dibattiti e le giornate di studio organizzate nelle più svariate sedi, dalle università alle associazioni di provincia tra il 2000 e il 2005. Probabilmente c'è voluta una lunga ricerca accompagnata dalla raccolta, dallo sbobinamento, dal lavoro di taglio, di ricostruzione e di montaggio, perché questo materiale oggi possa essere a futura memoria.
C'è, nel libro, un'eredità intellettuale lasciata da una voce cantautorale, quella di De André, il cui desiderio era di essere socialmente utile e, spontaneamente, nelle più istituzionali ma anche nelle più bizzarre situazioni, in tanti hanno scelto di partecipare a dibattiti che partivano da un verso, da un album o da un pensiero di Fabrizio, utilizzandolo come passaporto per discutere il presente.
Col ritmo del romanzo ma senza un ordine cronologico, questo libro prova a fare il punto su cinque anni d'inaspettata partecipazione, senza cerimonie ma guardando alla ricerca con il desiderio che queste pagine possano essere solo l'inizio di un percorso, che di questi passi sembra voler volare oltre le parole, oltre la musica, per farsi poesia.
Appartengo alla generazione che è cresciuta con le note di Faber, ho ascoltato La buona Novella («Volammo davvero sopra le case, oltre i cancelli, gli orti, le strade, poi scivolammo tra valli fiorite dove all'ulivo si abbraccia la vite») negli anni in cui uno dovrebbe iniziare a farsi uomo.
Ricordo un'intervista di qualche mese fa a Fernanda Pivano, la prima che ebbe il coraggio di sdoganare Fabrizio. Disse che quel che mi raccontava l'aveva detto più volte. Si riferiva alla prima volta che l'aveva sentito. Era stato sul mare di Nervi. Stava andando all'Hotel Savoy da Ernest Hemingway che era lì ad aspettare che partisse il suo piroscafo, e mentre era sul sentiero che conduceva all'albergo, uscì da un minuscolo juke-box appollaiato su una curva, una voce che non aveva mai sentito. Cantava La guerra di Piero. Aggiunse che era rimasta incantata dalla voce, ma quella volta anche dalle parole: quel «vedesti un uomo in fondo alla valle / che aveva il tuo stesso identico umore / ma la divisa di un altro colore» le parve l'immagine più atroce, più tragica, più assurda di una guerra giusta, ingiusta, religiosa, profana, ma insomma guerra. La più deprecabile, spietata e soprattutto inutile delle invenzioni cosiddette umane.
Cercò l'indirizzo del juke-box, scrisse ai produttori del disco, aspettò sia pure con scarsa fiducia che le rispondessero: perché stava mettendo insieme l'Antologia della pace per Feltrinelli e nessuna delle poesie che aveva raccolto, aveva la tenerezza e la disperazione di quei versi di Fabrizio. Sarebbe stato un onore, per lei, presentare quei versi insieme con quelli dei suoi poeti americani. La risposta non arrivò. Mai. Oggi quella poesia fa parte di alcune antologie scolastiche.

MAURO MOLINAROLI

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