Fondazione di Piacenza e Vigevano Stampa
  Rassegna Stampa
spazio
  Comunicati Stampa
spazio
  Eventi Auditorium Piacenza
spazio
  Eventi Auditorium Vigevano
spazio
  Comunicazione
spazio

 
Home Page     Rassegna Stampa   


Venerdì 2 Marzo 2007 - Libertà

Rossi, la repressione del regime

Raccolte le lettere che l'economista scrisse dal carcere di Piacenza

Quando si tratta di fascismo le rimozioni e i revisionismi sono sempre lì, a smuovere le coscienze di noi italiani. Sempre e comunque. Ne è la conferma il libro presentato ieri sera alla Fondazione di Piacenza e Vigevano, Reclusorio di Piacenza di Ernesto Rossi, le lettere dal carcere di Piacenza dal 1931 al 1933 (Scritture), alla presenza del curatore Stefano Pareti, di Fabrizio Achilli, autore della prefazione, dell'editore Eugenio Gazzola e di Fabio Salotti, presidente della Cooperativa Piacenza 74-Valdarda, che ha contribuito in modo determinante alla realizzazione del libro. Il lavoro svolto da Pareti pone al centro del volume, nel quarantesimo anniversario della morte di Ernesto Rossi, la questione della repressione esercitata dal regime. Il risultato della ricerca può essere, appunto, quello di smascherare la mimesi del fascismo, che con una politica volta soprattutto al consenso di massa, ha fatto apparire paradossalmente innocua la repressione poliziesca, esercitata durante il ventennio. Quando - al contrario - questa era uno tra gli elementi fondanti di una dittatura durata vent'anni, tenuta in piedi da Mussolini con proclami di grandezza italica e olio di ricino. Tra manganelli e confino, carcere e schedature.
E il libro su Ernesto Rossi testimonia proprio questo. Che in fatto di pene il fascismo non scherzava. «Non furono poca cosa - ha ricordato Fabrizio Achilli - i 27.735 anni di carcere inflitti dal Tribunale speciale per la difesa dello Stato, tra il 1927 e il 1943, ai 4.596 condannati (di cui 42 a morte). Punta dell'iceberg, del resto, di un sommerso ben più rilevante, che patì le pene di processi non ufficiali, di una vita sotto controllo, della persecuzione personale e familiare, delle mille forme di discriminazione». Per quanto riguarda la cosiddetta "villeggiatura", ha sottolineato Achilli, «le cifre complessive parlano di circa 17.000 dissidenti confinati nelle isole e nei villaggi dell'Italia meridionale nel medesimo periodo».
I piacentini condannati al confino non furono meno di una novantina, tra i quali, nel 1930, l'intera dirigenza comunista, formata da Paolo Belizzi, Guido Fava, Guglielmo Schiavi, Carlo Bernardelli, Emilio Cammi, Pietro Galandini e dal fiorenzuolano Giovanni Molinari. Ma, se scorriamo il lungo elenco, troviamo altri nomi conosciuti, come lo studente repubblicano Angelo Ranza, arrestato nel '32 insieme al padre Nino, che morirà a Lipari due anni dopo, come altri che si metteranno in luce nella Resistenza, come Ercole Anguissola, come il barcaiolo di San Nazzaro d'Ongina Antonio Carini, Lorenzo Marzani (il partigiano "Isabella") Emilio Canzi. Vi troviamo pure il parroco di S. Antonino, don Emilio Rinaldi, che in una predica si era scagliato contro Hitler.
Ernesto Rossi, condannato a ben venti anni di reclusione, cominciò allora una lunga traversia che lo portò a conoscere le prigioni di Roma, Pallanza, Piacenza e, dal '39 al '43, il confino all'isola di Ventotene. L'antifascismo indomabile e coraggioso di questo giovane professore di economia, formatosi negli ambienti liberaldemocratici fiorentini e arruolatosi volontario nella prima guerra mondiale, si sviluppò grazie alla frequentazione di Gaetano Salvemini e la collaborazione a Firenze, insieme ai fratelli Rosselli e Piero Calamandrei, alla rivista "Non mollare", che sulla scia di Piero Gobetti criticò l'Aventino e sostenne l'idea di un'opposizione intransigente al fascismo.
Al carcere di Piacenza, Ernesto Rossi giunge nel novembre 1931, proveniente da Regina Coeli, dove era stato scoperto un suo tentativo di evasione. Vi incontra altri detenuti politici di un certo rilievo e dalla ricca biografia antifascista. Nella nostra città non manca di progettare - servendosi di lettere alla moglie mimetizzate tra le spiegazioni matematiche - una fuga con l'aiuto del cognato e, pare, con il coinvolgimento di alcune guardie. Ciò gli costa il trasferimento, nel novembre 1933, a Regina Coeli, dove per qualche tempo è posto in cella di isolamento e poi riunito al gruppo di Giustizia e Libertà del quale fa parte. I due anni "piacentini", tra il 1931 e il 1933, di quest'uomo che non cessò mai di essere libero, neppure nei suoi tredici anni di prigionia, non possono certo avere inciso nella realtà cittadina, che avrebbe avuto senza dubbio bisogno di respirare un po' di quell'aria limpida proveniente dalla sua cella. E' vero, e non va dimenticato che in città, non distanti nel tempo e nello spazio (la falegnameria di Paolo Belizzi era a due passi, in via delle Benedettine) operavano gruppi d'irriducibili antifascisti, come testimoniano gli arresti dei comunisti del 1930, e che sono pure di quegli anni gli scioperi nei bottonifici che qualche allarme procurarono al regime. Ma non possiamo altresì dimenticare che, proprio in quel lasso di tempo, nella prima metà degli anni Trenta, maturava un legame (più o meno profondo o fittizio) tra le impalcature ideologiche e organizzative del duce e la Piacenza "in camicia nera".
«Credo sia un libro importante - ha sottolineato Fabio Salotti, motivando la partecipazione di Piacenza 74 all'iniziativa - per il suo valore storico e per l'omaggio alla figura di un uomo che non ebbe paura di pagare a caro prezzo la coerenza ai propri ideali». «Ernesto Rossi - conferma Eugenio Gazzola - è una personalità importante nel cammino del nostro Paese. Gran parte dei piacentini non ha mai saputo di vivere accanto a questo intellettuale di primo piano, che ha sempre rifiutato il fascismo e sostenuto i principi della democrazia e della libertà».
Nel 1933 Starace visitava secondo suo stile Piacenza, tra sfavillio di divise e ridondanza di liturgie di regime. I riti fascisti si consumavano nell'affollata piazza di una città piegata, mentre, a qualche centinaio di metri, alcuni individui della tempra e del rigore di Ernesto Rossi celebravano, con il proprio sacrificio, la volontà di non piegarsi. Agivano, pensavano e soffrivano anche per la "zona grigia" di una Piacenza che non riusciva a vedere oltre la cortina fumogena della propaganda e della costrizione. Questo è il messaggio, raccolto grazie al puntiglioso lavoro di Stefano Pareti, che Ernesto Rossi lascia ai piacentini. Il libro c'insegna che la democrazia va nutrita ogni giorno. Ed il nutrimento più appropriato è anche la memoria.

MAURO MOLINAROLI

Torna all'elenco | Versione stampabile

spazio
spazio spazio spazio
spazio spazio spazio