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Giovedì 25 Gennaio 2007 - Libertà

Il cardinal Tonini: la mia Africa
Domani sera l'incontro con il ministro Bersani

Alle 21 in Fondazione - Il porporato presenta il libro "Le ragioni del cuore" del Touring e lancia la campagna per la Fondazione Pro-Africa

Il cardinale Ersilio Tonini, Domani sera alle 21, presso la Fondazione di Piacenza e Vigevano, Via Sant'Eufemia 12, il cardinale Ersilio Tonini incontra Piacenza e presenta il libro-intervista edito dal Touring Club Italiano dal tiolo "Le ragioni del cuore".
E' il racconto appassionato del suo mal d'Africa e del suo impegno in Burundi.Con il cardinale intervengono Pierluigi Bersani , ministro per lo Sviluppo Economico, Guido Venturini, direttore generale del Touring Club Italiano, Pierfranco Rossetti autore di "Le ragioni del cuore. Intervista a Monsignor Tonini". Modera l'incontro il direttore di Libertà, Gaetano Rizzuto. L'ingresso è libero.
Attraverso le parole e i documenti raccolti nel libro-intervista del Touring, il cardinal Tonini racconta la "sua Africa" e lancia una campagna di sensibilizzazione, informazione e raccolta-fondi per i nuovi progetti della Fondazione Pro-Africa.

Dal libro "Le ragioni del cuore - Intervista a Monsignor Tonini" (edito dal Touring Club Italiano) pubblichiamo il capitolo «L'Africa del cardinal Tonini»

L'amore di monsignor Tonini per l'Africa nasce in maniera insolita, da un incontro quasi fortuito. Da quel momento però il Cardinale non ha più smesso di darsi da fare anima e corpo per il "suo" Burundi. Risultato? In sedici anni ha operato affinché questa gente avesse case in cui vivere, scuole in cui istruirsi, ospedali e farmacie, chiese, e tanto, tanto amore.
«Il mio rapporto con l'Africa non è nato intenzionalmente; mi ci sono trovato coinvolto quasi senza accorgermene. E' stata una chiamata, non un colpo di genio: ti si offre, ti ci trovi dentro, e allora capisci che devi pur far qualcosa. E' stata una sorpresa che il Signore m'ha fatto, il completamento di un disegno che probabilmente è iniziato quando ero ancora seminarista. Avrò avuto quattordici anni quando una volta mia zia mi ha visto con in mano una rivista missionaria che riguardava proprio l'Africa. "Dì, ragazzo, non starai pensando di andare a fare il missionario? Non vorrai forse tradire i tuoi genitori? Lo sai, i tuoi sono poveri, hanno fatto dei debiti per mandarti a studiare - li avevano fatti proprio con lei -, non vorrai per caso tradirli?". Il mattino dopo mia madre, a cui nella notte la sorella aveva riferito tutto, mi dice: "La zia m'ha raccontato. Non darle retta. Siamo poveri, è vero, ma quel che il Signore vorrà da te lo vorremo anche noi". Alla fine poi mi sono ammalato di pleurite e non ho più potuto pensare di andare a fare il missionario. Ma quando sessant'anni dopo mi sono trovato coinvolto in una vicenda che riguardava l'Africa ho colto le intenzioni che il Signore aveva su di me.
Una domenica di gennaio del 1989 vado a celebrare la messa nella parrocchia di don Oreste Benzi e rimango subito colpito da un particolare: quasi ogni famiglia che entrava in chiesa si accompagnava a una persona inferma di differente nazionalità. Mi sono reso conto allora che don Benzi era riuscito a portare le famiglie della sua parrocchia ad aiutare queste creature bisognose.
Finita la messa il parroco fa un appello per un giovane africano, da poco giunto a Roma, che aveva bisogno di trasfusioni di sangue perché malato di leucemia. "Chi è disposto a prenderlo?" chiede. "Io! Io!", ho alzato subito la mano. "Lo porto a Santa Teresa". Il giorno dopo arriva a Ravenna un uomo sui quarant'anni, Zacharie Ruhuna, sulla cui cartella clinica non c'era scritto "leucemia" ma "Aids conclamato", contratto in seguito a una trasfusione di sangue infetto.
Era chiaro allora che all'Opera Santa Teresa non poteva stare, l'Istituto non è attrezzato per malattie così gravi. Così ho disposto che quel poveretto venisse ricoverato all'ospedale di Ravenna e ho pregato i genitori dei giovani tossicodipendenti di prendersene cura. L'hanno assistito a turno giorno e notte, insieme a due donne che conoscevano il francese, per i quarantotto giorni che ha vissuto qui. E tutto ciò senza nemmeno sapere chi fosse. Solo molto più tardi, quando il bene era fatto, abbiamo appreso che quell'uomo era il fratello dell'arcivescovo di Gitega, monsignor Ruhuna.
Ricordo che pochi giorni prima di morire, quando è stato avvertito che sarebbe tornato a casa per riabbracciare i suoi familiari, ha risposto: "La mia casa ora è la Madonna". Arriva il fratello e gli sta accanto negli ultimi momenti di vita. Quando viene a mancare gli chiude gli occhi e intona il Magnificat, aggiunge poi: "Nostra madre ci aveva insegnato così". Mi ha stupito vedere che dopo solo cent'anni di evangelizzazione si è già formata una tradizione di questo genere.
Passano alcuni anni, durante i quali ho modo di diventare amico di monsignor Ruhuna. Ma un giorno ricevo la notizia della sua morte: egli era un tutsi, ed era stato ucciso dagli hutu. Vengo anche informato che qualche giorno prima di morire aveva espresso il desiderio di venire a Ravenna a parlare con me per farsi aiutare a costruire una Maternità a Gitega.
Laggiù la Maternità era uno dei posti più malandati, con una mortalità altissima di bambini e madri. Così ho cominciato subito a pensarci su. Esattamente il giorno dopo viene a farmi visita una signora di Forlì. Sua figlia, docente di Medicina a Firenze, si era suicidata due mesi prima lasciandole un appartamento del valore di trecento milioni di lire circa. Amava molto i bambini africani e avrebbe voluto tanto poter fare qualcosa di concreto per loro. Per questo motivo sua madre stava mettendo quella cifra a mia disposizione. "Signora," le ho detto "ieri mi è arrivata la domanda e lei mi porta la risposta".
In questo modo ha preso il via il primo intervento del cardinal Tonini in Burundi. La Maternità di Gitega è stata completamente ricostruita, con nuove attrezzature, nuovi posti letto e nuovi servizi, pronti ad accogliere almeno 84 mamme. E' quasi superfluo sottolineare l'importanza di un reparto Maternità funzionante in un paese in cui le condizioni igieniche sono decisamente scarse, la mortalità infantile elevatissima e dove generalmente le donne partoriscono nella propria capanna assistite dallo stregone del villaggio.
Le madri ora possono essere assistite durante il parto da mani esperte e qualificate e in caso di complicazioni è possibile intervenire chirurgicamente con un cesareo. Non solo, nel caso nascano prematuri i bambini possono essere messi in termoculle. Ma la costruzione di quella clinica ha segnato una svolta per monsignor Tonini anche sotto un altro punto di vista: invitato a presenziare all'inaugurazione, compie il suo primo viaggio in Africa. «Un anno dopo, la Maternità era pronta. Il nunzio apostolico e il vescovo mi invitano all'inaugurazione e così parto per il Burundi. E' stato senza dubbio un segno della Provvidenza: da quel momento m'ha preso il mal d'Africa. Un male che si prende quando vedi il bisogno estremo, come i bambini che invocano il latte o qualcuno che ha bisogno di respirare. In quel nuovo istituto vengo ricevuto da una banda... una banda strana. Era composta da trenta bambini, orfani e mutilati, che cantavano e saltavano ma, ahimè, come potevano fare dei mutilatini.
A quel punto ho capito bene che la realtà assumeva proporzioni così evidenti che era impossibile ignorarla. Non avrei mai potuto sentire di aver fatto abbastanza fermandomi a quella clinica.
Il giorno dopo - era il 15 agosto - partecipo al pellegrinaggio nazionale a un santuario collocato sulla cima di una montagna a 1.100 metri. Una cima particolare, fatta ad anfiteatro, che raccoglieva centomila persone venute a piedi fin lassù da tutta la Nazione. Come inizia la messa, rimango incantato: un tripudio di canti, balli e colori. La loro messa non è formale come la nostra; al contrario, c'è molta partecipazione. Sentire centomila persone intonare quelle melodie così penetranti è stata davvero una grande emozione. Ogni canto è accompagnato da una danza di bambini, abbigliati coi loro costumi tradizionali, che lo interpreta. Le coreografie sono studiate appositamente e risultano molto poetiche e di una grande capacità artistica. C'è dunque una danza d'apertura, una per l'atto penitenziale, una per il Vangelo e una prima e dopo la consacrazione. Una meraviglia.
Alla fine della messa però il nunzio mi accompagna verso Bujumbura, la capitale. Prima di arrivarci attraversiamo la periferia e capitiamo in un villaggio totalmente distrutto. Non una casa ancora in piedi, ma tutte sventrate come buoi appesi al macello. Era evidentemente il frutto della guerra tra hutu e tutsi che ha costretto centinaia di migliaia di persone alla fuga. Ora questi rifugiati sono assistiti dall'Onu e vengono sistemati in tende sulla sommità delle colline. Come se non bastasse, il nunzio mi porta a visitare proprio uno di questi campi di raccolta. Era terribile: non c'era un mattone, soltanto lamiere; e qualche stradina al cui centro passava un canale aperto col liquame della notte. Appena arrivato, 3.500 bambini mi corrono incontro ad accogliermi. Volevano far festa, ma in realtà non facevano altro che struggere il mio povero animo».
Tornato dal suo primo viaggio in Burundi, monsignor Tonini corre dal Papa a informarlo delle tremende condizioni in cui versa il Paese. Il Santo Padre, capìta perfettamente l'urgenza della situazione, mette a sua disposizione 400 milioni di lire. Con quei soldi il Cardinale comincia immediatamente a costruire alcune case e contemporaneamente lancia appelli a sostegno della causa sul "Corriere della Sera", su "Avvenire" e su "Famiglia Cristiana", e nel giro di sei mesi riesce a raccogliere due miliardi e mezzo di lire sufficienti per la costruzione di almeno 1.500 case, un dispensario, delle scuole, una cappella, e persino una piccola centrale per l'energia elettrica; insomma, tutto ciò che può servire in un villaggio.
A quel punto, col suggerimento del Nunzio apostolico, si decide di passare a una nuova fase: quella della promozione. Avendo ormai una dotazione (seppur minima) di strutture, diviene possibile cominciare a concentrasi sul potenziamento delle stesse. L'intento è dunque quello di puntare sulla "promozione produttiva" e sulla "promozione culturale". La promozione produttiva prevede di dotare il Paese di infrastrutture finalizzate anche a generare opportunità occupazionali. La promozione culturale invece si preoccupa di ampliare le possibilità di istruzione. Queste sono diventate le principali linee guida del programma.
«Era giunto il momento di passare dalla fase dell'assistenza a quella della promozione, soprattutto in senso produttivo. Bisogna che l'Africa viva di Africa: le energie sono enormi, le potenzialità anche, la volontà della popolazione poi è smisurata, non aspetta altro che la si aiuti a tirar fuori i tesori che non sono soltanto nella terra ma anche nelle capacità e nelle risorse fisiche e spirituali di quel popolo. Quella gente ha un desiderio grandissimo di conoscenza e di mandare i figli a scuola; anela alla crescita. Quando ha visto quel che s'è fatto per i primi villaggi, le scuole che si sono aperte, e specialmente l'opera che s'è compiuta a Gitega con la Maternità, c'è stato una specie di sussulto, come un comune fremito di consolazione». Visto l'entusiasmo con cui queste prime iniziative erano state accolte e la grande apertura all'aiuto esterno che la popolazione aveva dimostrato, si concretizzava la possibilità di un intervento continuativo. Era dunque necessaria una struttura organizzativa che garantisse la stabilità e non fosse vincolata dalle momentanee disponibilità di fondi. La realizzazione di quelle prime opere era stata possibile grazie alla generosità di privati e aziende, ma per un progetto di grande portata non era possibile fare affidamento su un budget limitato: una volta terminato si sarebbero dovuti interrompere i lavori. Sono state dunque queste le ragioni che hanno spinto il Cardinale a istituire una fondazione.
«Su consiglio del dottor Walter Rossetti abbiamo dato vita alla Fondazione Pro-Africa per garantire resistenza nel tempo e consistenza giuridica ai nostri interventi. Troppo ormai era in gioco e sentivamo delle responsabilità verso quel Paese. Non era più possibile limitarsi a dare segni di buona volontà, si doveva creare un organismo che esprimesse partecipazione. Da quel momento non è più stata solo l'impresa di un singolo, ma l'impegno di una fondazione. In questo modo venivano chiarite finalità, caratteristiche e, ripeto, responsabilità».
Far sorgere iniziative locali nei vari settori produttivi per utilizzare e sviluppare le energie della popolazione è quindi lo scopo principale della Fondazione. Dopotutto, dotare il Paese di mezzi e strumenti per il lavoro è l'unico modo per portarlo a camminare con le sue gambe. Il primo passo è stato quello di condurre degli studi sul territorio per avere un'idea più chiara delle possibilità che poteva offrire. In questo modo è stato dato il via a numerose ipotesi di lavoro. Si era pensato in una prima fase di incrementare il commercio delle banane, essendoci in Burundi banane dolcissime; purtroppo però sono troppo piccole e non si conservano a sufficienza per essere esportate.
L'ipotesi successiva coinvolgeva allora le vaste piantagioni di caffè. Si era contattata un'azienda italiana, la "Lavazza", perché comprasse il caffè per inserirlo nella propria miscela. L'azienda ha analizzato allora una piantagione coltivata sul suolo burundese, ma una volta raccolto e tostato il caffè risultava di sapore acidulo, ed ovviamente non adatto alla miscela. Il problema risiedeva nella particolare composizione del terreno che rende il prodotto inutilizzabile. Per questo motivo dunque si è dovuto interrompere la cooperazione con la "Lavazza".
Un altro progetto (ancora in fase di elaborazione) è quello di costruire un'industria farmaceutica in collaborazione con l'azienda italiana "Sigma Tau", che rientra in un programma di cooperazione ed accordi intergovernativi. Lo stabilimento sarebbe adibito all'inscatolamento dei medicinali inviati dall'Italia. Per questo tipo di lavoro in un'industria moderna sarebbero sufficienti un paio di persone che controllano il funzionamento di una macchina. Perseguendo l'intento, invece, di creare occupazione, in Burundi la macchina verrebbe sostituita da personale umano, dando così lavoro a centocinquanta famiglie. A evidenziare la reale necessità di farmaci in quella zona è l'iniziativa di una coppia di farmacisti di Padova che ha creato, anche a proprie spese, un piccolo laboratorio farmaceutico che ora fornisce i medicinali di base.
Sono state inoltre svolte delle ricerche per migliorare le condizioni di vita della gente e trovare soluzioni mirate agli ostacoli che quel paese poneva. Il problema più evidente erano senza dubbio le malattie, così è stata finanziata una ricerca che ha evidenziato le zone più affette e le persone più a rischio. Per quanto riguarda invece le questioni di efficienza produttiva della località è stata interpellata l'Università di Teramo che, con l'appoggio della Regione, ha condotto degli studi sul terreno agricolo burundese per capire quali tipi di coltivazione possono fornire prodotti esportabili e quali invece rimarrebbero destinati al mercato interno. Un altro grave problema che affligge l'Africa, e che dipende direttamente da ciò che viene prodotto e consumato, è quello della denutrizione. «Ci sono bambini che nascono denutriti perché gli alimenti di cui si nutrono le loro povere madri sono troppo scarsi. Per questo motivo ci siamo adoperati per lo scavo di pozzi e la costruzione di macine e forni che consentano la lavorazione del frumento e la produzione di pane; ciò porterebbe un vantaggio notevole sull'alimentazione».
Risulta sempre più evidente dunque l'urgenza di un radicale cambiamento nel sistema produttivo. In questo senso si sta studiando come si potrebbe introdurre la formula del microcredito. Questa soluzione consiste in piccoli prestiti che permettano l'avvìo di attività lavorative con la conseguenza di stimolare l'iniziativa personale. «Un'esperienza di questo tipo è stata fatta in Ecuador da "Iccrea", l'Istituto Centrale del Credito Cooperativo, che ha portato il credito cooperativo in quel Paese. Ebbene, dopo solo quattro anni l'economia aveva fatto un balzo incredibile verso l'alto. La nostra proposta sarebbe quindi quella di portare lo stesso gruppo di banche italiane in Burundi per dare avvìo a questo sistema di credito, confidando nella partecipazione, nell'impegno e nella grande forza di volontà di quel Paese».
L'impegno del Cardinale continua anche sul piano della promozione culturale. Ogni anno infatti manda degli aiuti economici a un centro giovanile sorto a fianco dell'Università di Bujumbura a opera di un gruppo di missionari. «Questo Centre de la Jeunesse non è finalizzato soltanto alla catechesi. Prima di tutto è un luogo di ritrovo per gli studenti universitari: possono studiare in biblioteca o praticare dello sport. Si vuole insegnare ai ragazzi a convivere e a collaborare. Far giocare insieme, nella stessa squadra, hutu e tutsi è un punto di partenza per portarli all'accettazione».
Durante il suo primo viaggio in Burundi monsignor Tonini è andato anche a far visita a una popolazione che vive nei boschi allo stato primitivo e da cui è rimasto profondamente colpito: i pigmei Batwa. Da quel momento ha iniziato a prendersene cura e a battersi per i loro diritti.
«Ci sono centomila pigmei nel Burundi che hanno sempre vissuto nella foresta, disprezzati dagli africani. Le loro abitazioni sono fatte di rami, foglie e fango, e si nutrono di frutti oppure vanno a caccia e a pesca. In loro lo spirito religioso è molto forte, ma è fatto di miti, credenze animiste e intriso di superstizioni; hanno un concetto di Dio padrone del mondo anche se sempre circondato da altre divinità. Subito mi sono chiesto che cosa si potesse fare per loro. Abbiamo iniziato dunque costruendo loro un villaggio di 220 case, naturalmente in muratura, una scuola e una chiesa. Ma la cosa formidabile è che in mezzo ai boschi, tra queste creature, sta nascendo il desiderio da parte dei genitori di mandare i figli a scuola. Capiscono l'importanza dell'istruzione e hanno deciso di uscire dalla foresta. Ogni casa del villaggio viene a costare 500 euro ed i primi 80mila siamo riusciti a raccoglierli in breve tempo grazie al buon cuore degli italiani. Inoltre i batwa sono dei vasai ma fino a ieri non conoscevano altro metodo che quello di lavorare a mano i loro splendidi vasi. Così abbiamo introdotto il tornio e tutti i macchinari necessari alla produzione di vasellame. Insomma, è sorprendente vedere una parte di razza umana entrare per la prima volta nel mondo civilizzato.
«Quattro anni fa avevo deciso di portare a Roma un gruppo di loro in occasione della Pasqua. Volevo presentarli al cospetto del Papa in piazza San Pietro. Sarebbe stata la testimonianza della loro esistenza e il riconoscimento dei loro diritti umani. Avevo anche contattato la Rai perché mi concedesse uno spazio in un programma domenicale».
«Purtroppo però il progetto all'ultimo momento non è andato in porto poiché i pigmei sono risultati apolidi, non esistevano civilmente. In quella occasione allora io ed il nunzio abbiamo fatto sì che il governo li regolarizzasse ed oggi la nuova carta costituzionale dà loro il diritto di entrare in Parlamento».

PIERFRANCO ROSSETTI Autore de "Le ragioni del cuore -Intervista a monsignor Tonini"

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