Giovedì 21 Dicembre 2006 - Libertà
La Scola: Piacenza il più bel ricordo
La star: «In Italia la musica soffre, educhiamo i giovani»
Parla il grande tenore, domani al Municipale nel concerto offerto dal Banco di Sicilia, teatro esaurito
PIACENZA - Nel 2004 i piacentini hanno applaudito il tenore Vincenzo La Scola in Un ballo in maschera di Giuseppe Verdi, nell'allestimento sperimentale prodotto dalla Fondazione Arturo Toscanini a Piacenza Expo. La regia era di Pier Luigi Pizzi e la direzione dell'argentino Josè Cura. Un evento di grande successo, che suscitò l'interesse della stampa nazionale.
Domani sera alle 21, al Teatro Municipale, il pubblico avrà l'occasione di ascoltare nuovamente il grande tenore siciliano nel concerto offerto dal Banco di Sicilia (il teatro è già esaurito). Vincitore del concorso Voci Verdiane, dopo il debutto al "Regio" nel 1983, La Scola ha cantato in tutti i più famosi teatri del mondo, dalla Scala di Milano al Metropolitan di New York, interpretando i maggiori personaggi delle opere di Verdi, Puccini, Bellini e Mascagni. Il tenore domani sarà accompagnato dall'Orchestra della Fondazione Toscanini diretta da Stefano Ranzani. In programma Preludio e Siciliana da "Cavalleria rusticana" di Pietro Mascagni, Oh figli... Ah la paterna mano dal "Macbeth" di Giuseppe Verdi, Minuit Chretien di Adolphe Adam, Ave Maria di Franz Schubert, Recondita armonia ed E lucevan le stelle da "Tosca" e Nessun dorma da "Turandot" di Puccini. Saranno inoltre eseguite le Sinfonie da "I vespri siciliani" e "La forza del destino", l'Intermezzo di "Manon Lescaut" e il canto popolare Adeste fideles di John Francis Wade.
Tra una prova e l'altra, Vincenzo La Scola ci ha raccontato di quanto ancora ricordi Piacenza, che dopo Un ballo in maschera gli è rimasta un po' nel cuore.
Alcuni considerarono un azzardo l'opera verdiana a Piacenza Expo nel 2004. Alla fine fu un successo, nel quale lei credette fin dall'inizio.
«Conservo un ricordo splendido di quel Ballo in maschera all'Expo di Piacenza. L'esperimento funzionò perché era giusto per la sede in cui si svolgeva. Devo dire che l'esperienza piacentina, rifatta a Palermo, al chiuso è stata meno felice in quanto c'erano problemi tecnici e di altro genere. Mi porto nel cuore quell'opera che ho interpretato a Piacenza anche perché mi ha dato la possibilità di entrare in contatto con la città, al di fuori della rappresentazione».
A cosa si riferisce?
«Con i dirigenti del teatro e della Fondazione Toscanini tenemmo un incontro con gli studenti del liceo classico "Gioia". Quello fu un momento importante per me: ricordo le domande che mi fecero i giovani, la voglia che avevano di conoscere un'arte che oggi, purtroppo, è in fase di stallo. Gli spettatori della Lirica sono, per lo più, cinquantenni e sessantenni. Quindi quell'esperienza fu significativa: portare l'opera lirica nelle scuole preparando i ragazzi, educandoli alla musica. E' fondamentale e, purtroppo, manca. Non mi è capitato spesso di vivere un'esperienza analoga».
Dunque la musica, in Italia, a suo avviso "soffre" non solo per mancanza di fondi ma anche per mancanza di adeguata educazione del pubblico più giovane?
«La musica, in Italia e non solo, soffre soprattutto per questo. Occorre un intervento culturale, politico e anche noi professionisti dobbiamo muoverci per sanare la situazione. Educare i giovani all'opera lirica, per esempio, è la base per far crescere in loro la passione. Come fanno altrimenti a capire qualcosa che non conoscono? Perché, ad esempio, "Ti amo" in un'opera è un'espressione che dura 15 minuti mentre in una canzone da discoteca dura un secondo o forse non si dice neanche più? Occorre educare partendo da zero per poi arrivare agli aspetti musicali più rilevanti».
Lei ha interpretato i ruoli lirici più importanti. Come affronta, dall'alto della sua esperienza, un recital che impone di saltare da una romanza all'altra, incarnando in pochi minuti l'uno e l'altro carattere?
«Il recital ha i suoi lati positivi e negativi. Se è vero che sei l'unico protagonista, è altrettanto vero che tutta l'attenzione è focalizzata su di te, non ci sono altri interpreti né scenografia o movimento. Va da sé che non puoi permetterti alcuni sotterfugio. Dato che siamo in un'epoca interattiva, a me piace pensare al recital come a un blog dei cantanti lirici, che si rivolge anche ai non addetti ai lavori e, in poco tempo, propone le arie e le romanze più belle di un'opera. Capita, invece, che seguire un melodramma porti con sé anche momenti in cui l'interesse cala. Non a caso il pubblico attende fremendo la tal aria o il tal duetto. E' un po' come vedere - io sono appassionatissimo di calcio, dunque so bene cosa significa - una trasmissione che mostra i migliori gol del 2007. E' meglio una mezzora di calcio di quel livello che vedere una partita intera, per lo più noiosa».
Pochi giorni fa a Spoleto è stato premiato Giovanni Mancuso per la migliore opera lirica inedita. Come mai, nonostante i concorsi e alcune rappresentazioni moderne, dopo Puccini non abbiamo più avuto un compositore di melodrammi significativo, che abbia lasciato un segno?
«Ancora non conosco l'opera di Mancuso, ma certamente concordo: l'opera lirica è finita con Puccini, insieme a quel che prevede quel tipo di spettacolo che è il melodramma. E' la società a essere cambiata. Pensiamo alla differenza tra il mettere in scena un'opera sul rapimento di Moro e la malattia di Violetta o la tubercolosi di Mimì. Oggi la tubercolosi si cura. Voglio citare, senza fare il nome, quel direttore d'orchestra che, pagando di sua tasca, ha prodotto e diretto un'opera sulla strage dell'11 settembre. L'ha eseguita, ottenendo un dubbio successo di critica, ma subito dopo nessuno se la ricordava più. La Lirica è Amami Alfredo, è E lucevan le stelle... è e sarà sempre e solo quello».
Eleonora Bagarotti