Lunedì 11 Dicembre 2006 - Libertà
Rivissuta la scalata dell'Elbrus
Alla Fondazione protagonisti i tre portacolori del Cai nella spedizione
PIACENZA - L'alpinismo è uno sport duro e faticoso, estremo quasi, ma può dare immense soddisfazioni, perché solo lassù, su cime pietrose e solitarie, si stabilisce veramente un contatto con la natura nel perfetto isolamento interiore, lontani dalla contingenza quotidiana.
E l'altra sera, all'auditorium della Fondazione di Piacenza e Vigevano, nel racconto fotografico 'Piacentini sul tetto d'Europa', alcuni dei partecipanti hanno ripercorso la straordinaria impresa compiuta il luglio scorso, la scalata del monte Elbrus (5.642 m.), in Russia, sul Caucaso centrale. Tra i protagonisti anche tre piacentini: il capospedizione Aldo Scorsoglio, l'accompagnatore Giuseppe Bianchi ed il giovane Andrea Merli (17 anni), tutti del Cai di Piacenza, in totale tredici scalatori provenienti da diverse città del nord Italia, tra loro ben affiatati ed accomunati da una grande passione per l'alpinismo.
Franco Sagner, presidente della sezione Cai di Piacenza, ha in apertura ricordato «la grande impresa di quei coraggiosi che hanno dimostrato di essere un gruppo. E trattandosi di spedizione internazionale, è stato un bell'esempio di aggregazione». Scorsoglio, anche presidente della Commissione centrale di alpinismo giovanile, ha quindi ricordato come «accompagniamo la loro crescita come alpinisti, utilizziamo la predisposizione naturale come stimolo anche per la vita», per maturare e crescere in una società sempre più difficile.
«Questa strada incontra cultura, movimento, conoscenza, sfocia nei corsi, conduce all'autonomia e dopo si ha sempre meno bisogno di maestri, ma, più che altro, di amici. Ci siamo confrontati con ragazzi più grandi di noi, con montagne più dure di quelle di solito frequentate, ci siamo trovati tutti in cima con un gruppo nato quasi per caso, che si è poi cementato».
Quindi, tra fotografie e spezzoni di riprese, il numeroso pubblico ha potuto vedere una natura selvaggia, un massiccio imponente e poco invitante su cui si arrestò anche la dissennata avanzata dei nazisti e che nel 1797 impressionò anche il nobile moscovita Jan Potocki, là inviato per studiare costumi e folklore. Colpivano soprattutto gli occhi scuri, ma mai tenebrosi, delle tribù nomadi, le piogge continue, le cime impervie, le creste affilate, le confidenze delle guide su strane leggende.
Tra le tante immagini spiccavano poi le suggestive foto di gruppo che trasmettevano un senso di fratellanza e di solidarietà, gli accampamenti, le vistose tende gialle, i fugaci riposi, «tutte quelle piccole cose che l'amicizia fa diventare grandi», l'ardua salita ed infine la repentina discesa al campo base a circa duemila metri.
F.B.