Mercoledì 29 Novembre 2006 - Libertà
Tampa lirica - Si è concluso con successo in Fondazione il ciclo sull'opera buffa
Cataldo: ecco il mio Rossini
«Nel "Barbiere" splende il genio rinnovatore»
Piacenza - «Parlare di Rossini, quando a lungo tempo ho vissuto a Pesaro, città natale del maestro, dove ho frequentato il conservatorio nel periodo di transizione fra due grandi figure di direttori, il piacentino Amilcare Zanella e Riccardo Zandonai, ultima voce del verismo musicale, mi pone sempre in una condizione mentale particolare?»: esordisce così Glauco Cataldo, noto compositore naturalizzato piacentino, introducendo il terzo ed ultimo appuntamento dedicato alla figura di Gioacchino Rossini, ed in questo caso particolare, al suo più grande capolavoro, il Barbiere di Siviglia.
Inserito nel consueto ciclo di conferenze-concerto monografiche che ogni anno Tampa Lirica, in collaborazione al conservatorio e con il sostegno di Fondazione di Piacenza e Vigevano dedica all'opera buffa, riservando ogni nuova edizione all'approfondimento di un singolo autore, l'incontro dell'altra sera, ospitato come sempre dall'auditorium della Fondazione in via Sant'Eufemia, ha contemplato, assieme a precise nozioni di carattere stilistico-musicale, anche momenti intimi e colloquiali, grazie ad un relatore d'eccezione, unito a Rossini da un forte legame di stima e predilezione personale in fatto di gusto e scelte musicali.
Cataldo non nasconde infatti di aver più e più volte visitato la casa natia del compositore di Pesaro, di aver studiato a fondo i suoi spartiti o partiture autografi, attingendo alla sua lezione e considerandolo suo sommo mentore e maestro. Quindi, con un repentino cambio di tono, il discorso di Cataldo si è focalizzato sulla figura del Rossini compositore e soprattutto geniale innovatore sul fronte dell'invenzione musicale: se infatti il libretto di Beaumarchais offriva una materia «incandescente» in termini di tematiche rivoluzionarie, addirittura sovversive (e sul quale tanti altri musicisti posero mano, finendo oscurati dalle inarrivabili altezze rossiniane, fatta eccezione, forse, per Paisiello) a Rossini spetta il merito di averle tradotte, quando non enfatizzate, attraverso una struttura orchestrale di sublime efficacia. Si pensi ad esempio al protagonista Figaro, ha proseguito il relatore, di umili origini, servitore ma non servile, mezzano ma non ruffiano, che ardisce addirittura prendersi gioco dell'aristocratico Conte d'Almaviva, trattandolo con impensabile, dati i tempi, familiarità.
L'inestimabile portata innovativa di Rossini si condensa dunque in due aspetti principali: timbro, dando vita a formazioni musicali sempre diverse, non di rado ripetute quasi con ossessività, e per questo particolarmente incisive, e colorature, in cui si avverte un graduale affrancamento dalla parola da parte della melodia, quest'ultima innalzata a puro sfoggio di virtuosismo e musicalità. A suggello della singolare lezione di Cataldo, secondo una formula già ampiamente varata, spazio all'ascolto, che ha condotto alla ribalta quattro giovani "voci" del belcanto, già alquanto noti nel piacentino, che, accompagnati al pianoforte dal maestro Elio Scaravella, hanno offerto una vivida galleria di ritratti rossiniani, ovviamente tratti dal Barbiere: il tenore Leonardo Cortellazzi, fra i protagonisti dello scorso appuntamento, che ha aperto l'esibizione intonando l'aria del Conte d'Almaviva Ecco, ridente in cielo, seguita dalla cavatina di Figaro Largo al factotum, cavallo di battaglia del baritono Valentino Salvini; quindi i due interpreti hanno offerto lo splendido duetto All'idea di quel metallo. Ineccepibile l'interpretazione del basso Davide Baronchelli ne La calunnia, mentre per il mezzosoprano Stefania Ferrari la cavatina di Rosina Una voce poco fa e, in duetto con Salvini-Figaro, Dunque io son, che ha concluso in bellezza la serata, fra scroscianti battimani.
Alessandra Gregori