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Mercoledì 29 Novembre 2006 - Libertà

L'esperienza di fede: una riflessione
con Vito Mancuso

Stasera incontro con il teologo

Nel pomeriggio di oggi incontreremo, presso l'auditorium della Fondazione di Piacenza e Vigevano, il giovane (relativamente) teologo Vito Mancuso. Già il fatto biografico che egli sia un uomo sposato con due figli e che insegni teologia alla ancor giovane Facoltà di Filosofia dell'Università Vita e Salute del San Raffaele di Milano dice quanto il panorama attuale sia lontano anni luce da quello tradizionale.
C'è un interesse crescente verso le discipline teologiche, al di là delle curiosità suscitate da eventi più o meno scandalistici (su tutti il successo del Codice da Vinci di Dan Brown), al di là anche delle comparsate cui si sottopongono alcuni teologi nei dibattiti televisivi, più dannosi che inutili venendo a mancare lo spazio per una corretta argomentazione. Dunque c'è fame di teologia. Il paradosso è che questo avviene quando la teologia si trova a navigare a vista in una complessità culturale come è quella del nostro tempo. Dopo essersi difesa per decenni dentro gli schemi della scuola, dentro a manuali pieni di sicurezze ma sempre più lontani dalla realtà e della riflessione su di essa, la teologia è decisamente sbarcata dopo il Concilio Vaticano II dentro i conflitti delle interpretazioni, dentro i dibattiti sulla metafisica e sull'antropologia che segnano il pensiero contemporaneo.
Di fatto, è difficile oggi parlare di "scuole di pensiero", di linee guida, di orientamenti condivisi, di concezioni comuni. Anche se, a mio parere, le divisioni si collocano molto più sul piano ideologico, sul piano dell'elaborazione concettuale rispetto alla comune appartenenza all'esperienza di fede, da cui la teologia (o meglio il lavoro di ogni teologo) non può prescindere. Non per questo la teologia può rinunciare al suo compito, che è quello di riflettere sulla esperienza di fede, e di restituire alla comunità dei credenti un pensiero della fede, o meglio una "fede che pensa", che sa trovare ragioni, che sa rendere conto della propria posizione.
In questo lavoro incessante, e inesauribile visto che nessun pensiero è in grado di restituire la ricchezza e la pienezza dell'esperienza (la fede è meglio della dottrina, ma non c'è vera fede senza una dottrina), si inseriscono le voci dei teologi che, attingendo alle grandi voci ei pensatori che li hanno preceduti, e in obbedienza alla Tradizione cui appartengono in quanto credenti, cercano di restituire il significato delle grandi parole della fede (salvezza, redenzione, peccato, amore) usando il linguaggio e i pensieri degli uomini di oggi. Il lavoro di Vito Mancuso si inserisce in questo compito gravoso e affascinante: da quello che si può comprendere della sua posizione leggendo la sua opera più rilevante (Per amore, Mondatori, 2005) egli tenta di superare la divisione classica tra la natura e la grazia, in un dialogo polemico soprattutto con il pensiero di Nietzsche. Il suo tentativo è certamente interessante, e credo che sarà interessante soprattutto cogliere dalle sue parole la fatica di elaborare un pensiero che traduca nel linguaggio di oggi la Verità sempre antica e sempre nuova della fede cristiana.

DON GIGI BAVAGNOLI

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