Giovedì 30 Novembre 2006 - Libertà
Rossi: attenzione sacrale per la parola
Nel libro "Mare Padanum"
Domani la presentazione
Perché la gente sente il bisogno di scrivere? La risposta forse più immediata potrebbe essere quella di affermare che la gente scrive perché ha qualcosa da dire, e qualcosa di non irrilevante. Ma a ben vedere questa prima risposta "d'istinto" non si rivela adeguata. Il bisogno di scrivere è sì ricollegato alla parola detta, ma rivendica un proprio status che immediatamente cerca di svincolarsi dai mutevoli paesaggi del "parlato" per porsi su un livello che da sempre la percezione degli uomini riconosce "più alto", più solenne. La parola scritta sembra più forte per la sua sostanza, al di là della sua innegabile e primigenia destinazione a documentare la parola detta. Fin dagli albori della civiltà occidentale, i letterati che si occupano di religione, di politica e di diritto ci insegnano che nei casi più importanti non solo la forma si fa sostanza, ma altresì la forma si rivela necessaria, e mancando essa non può darsi nemmeno sostanza.
Di questo sembra tenere adeguato conto Maurizio Rossi, che ha da poco pubblicato la sua ultima fatica letteraria intitolata Mare Padanum (che verrà presentato domani alle 17.30 all'auditorium della Fondazione di Piacenza e Vigevano) per i tipi di una giovane e brillante casa editrice come la partenopea Lavieri. Composto da quattro racconti tra cui quello che dà titolo al tutto, il libro di questo autore parco ma peculiarissimo si distingue infatti per la sacrale attenzione verso la parola e per la sua risonanza "oltre il detto", e in questo funzionali alla struttura si mostrano alcuni metodi narrativi che andiamo rapidamente a elencare.
Primo: una perizia nella descrizione satirica e deformante che, absit iniuria in verbis, può apparire perfino fumettistica, o comunque volutamente riluttante verso compromessi verso qualsivoglia pretesa di "realismo descrittivo". Secondo: una a tratti sorprendente inventiva linguistica, che si traluce in una sintassi "espressionista" (secondo la felice definizione di Claudio Vela in postfazione) che scoppietta di invenzioni e soluzioni febrilmente divertite. Terzo: una innegabile conoscenza etimologica della lingua italiana, che gli permette di reinventarla senza usarle violenza, e anche di inserire in essa una buona dose di dialettismi, che sembrano affiancarsi agli stilemi classici della lingua più per assonanze che non per giustificazionismi d'ambientazione. Quarto e ultimo (ma si potrebbe proseguire a lungo): una innegabile fantasia propulsiva, che permette a Rossi di vedere diluvi e arcane battaglie anche nei cieli della mite valle del Rosello.
Quest'ultimo elemento, forse, è in forte relazione con l'humus che ha generato quel "Surrealismo Padano" di recente tanto celebrato anche e soprattutto a piacenza, e che sostanzialmente consiste nel sperimentare la verticale vertigine che solo una pianura può dare: lo sguardo di Rossi, curioso e pudico insieme, dalla mite e appartata Valle del Rosello sembra allungarsi verso le turbolenze di quel Po che al pari del mare genovese di Paolo Conte "si muove anche di notte, non sta fermo mai".
Se da quanto detto sopra, però, si può arguire che questo autore non ha intenzione di limitarsi a essere un piccolo Omero (nella sua componente mitica) o un piccolo Pascoli (per la forte matrice colto-agreste) dell'appennino, bisogna tornare alla partenza, e cioè all'analisi della lingua. Rossi sembra cosciente del fatto che la debordanza romantica non nasce da un aggiungere, ma da un "togliere": se togliamo la forma, l'espressione del sentimento esonda; se aggiungiamo una struttura, è necessario che l'impalcatura sia funzionale al narrato senza oscurare la purezza del messaggio.
In questo ecco che la sintassi di Rossi si ripresenta con l'antica necessarietà di ciò che può intendersi come "scuola" nella più nobile accezione del termine, e tenendo presente questo possiamo lanciare un caloroso invito alla lettura ancora una volta con le parole di Claudio Vela in postfazione: "Certo è necessaria una collaborazione non accidiosa da parte del lettore, chiamato anche lui a lanciarsi nel ballo. I racconti di Rossi innescano una lettura tanto più appagante quanto più pronta a figurare ogni giuntura della figurazione fantastica e disponibile ad affrontare territori peregrini (...) in una affascinante sfida alla capacità di orientamento nel labirinto". Ecco, in questa definizione c'è tutto il Rossi che conosciamo: l'aspirazione mitica, per districarsi lungo il suo viluppo necessita di una struttura (il labirinto), che sappia adempiere al suo ruolo di significante in cui ogni passaggio è collegato al precedente, senza mai sopravanzare la natura di "racconto" con cui ogni mito di Rossi ci viene proposto.
GIORGIO BETTI