Giovedì 23 Novembre 2006 - Libertà
Il cardinale Tonini racconta la "sua Africa"
Oggi a Milano verrà presentato il libro "Le ragioni del cuore"
Attraverso le parole e i documenti raccolti da Pierfranco Rossetti il porporato piacentino lancia una campagna di sensibilizzazione
Edito dal Touring Club Italiano nella collana reportage. Parte la campagna per i nuovi progetti della Fondazione
Questa mattina alle 11,30 a Milano, presso il Touring Club Italiano, in corso Italia 10, il cardinale piacentino Ersilio Tonini presenta il libro "Le ragioni del cuore" in cui racconta la "sua Africa" e lancia una campagna di sensibilizzazione, informazione e raccolta-fondi per i nuovi progetti della "Fondazione Pro-Africa". E' un viaggio nel cuore della vera Africa, una scossa alle coscienze, un invito all'azione. Alla presentazione oltre al cardinale, a Pierfranco Rossetti che ha raccolto le parole e i documenti, partecipa anche il direttore generale del TCI, Guido Venturini.
"Le ragioni del cuore - Intervista a monsignor Tonini" è un libro-intervista a cura di Pierfranco Rossetti ed è edito dal Touring Club Italiano. Un libro sui viaggi di missione del Cardinale in Africa (Burundi e Etiopia) e in Brasile (Foresta Amazzonica, regione di Roraima). Nella prima parte del libro viene ricostruita la biografia del Cardinale nella seconda si parla dell'emergenza Africa e del progetto dell'ospedale universitario in Burundi. Pubblichiamo l'intervista di Pierfranco Rossetti al cardinale Tonini
Un piacentino fermamente impegnato per l'Africa è il cardinale Ersilio Tonini. In prima linea da più di quindici anni nella lotta contro la povertà dello stato del Burundi, monsignor Tonini si prende cura di quelle genti come se fossero figli suoi. Il sogno del cardinale è infatti poter vedere il suo amato Burundi camminare con le proprie gambe e uscire dalla condizione di miseria in cui si trova. La sua testimonianza risulta quindi preziosissima al fine di inquadrare meglio le problematiche africane.
Il Burundi è stato ridotto in ginocchio da una guerra civile tra le sue etnie principali, gli hutu e i tutsi, che dura da circa quindici anni. Come ha avuto origine tutto ciò?
«Intorno ai primi anni 90 il Burundi ha chiesto all'Onu degli aiuti assistenziali. Le Nazioni Unite hanno accettato a condizione che si dotasse di forme democratiche e in primo luogo imposero le elezioni. Ciò che è stato sottovalutato però è che se in Europa lo stato è concepito come una moltitudine di singoli, in Africa la mentalità è ben diversa. Ciò di cui un individuo si sente parte è l'etnia. Com'era logico dunque in occasione delle prime elezioni hanno vinto gli hutu, che costituiscono l'85% della popolazione. I tutsi a quel punto non hanno voluto riconoscere il presidente dell'etnia contrapposta e hanno reagito con la violenza, arrivando ad abbattere in un attentato un aereo con a bordo il neo-presidente. La reazione hutu a quel punto è stata disastrosa: si parla di 300.000 morti, massacrati col macete, e un milione di sfollati».
Un'esperienza come questa rende sicuramente evidente la necessità di interpretare la democrazia secondo le esigenze del contesto locale. Quali adattamenti si sono resi necessari?
«Dopo anni di disordini e grazie anche all'intervento di mediazione di Nelson Mandela è stata infine redatta una carta costituzionale che dà pari opportunità di rappresentanza in parlamento a entrambe le etnie. Ora le elezioni si possono tenere in maniera regolare, ma non bisogna dimenticare che questa conquista ha avuto un costo altissimo in vite umane. E' evidente a questo punto che per operare in un paese straniero, come l'Africa nel nostro caso, non si può non tener conto della tradizione, del modo di pensare, dell'arte dello stare insieme e infine del modo di concepire la vita politica propri di quella popolazione».
In quale ambito bisogna intervenire con maggiore urgenza in Africa?
«La prima cosa di cui ha bisogno è un intervento massiccio da parte dell'Europa al fine di attenuare le distruzioni e le malattie stanno affliggendo quel continente. In un ambiente generale di sfacelo come solo le guerre possono originare, le condizioni sanitarie precipitano. E mi riferisco a malattie che da noi sono scomparse da tempo come la malaria, a cui ora si è aggiunto il colera, per non parlare della tubercolosi. Senza contare i mutilati di guerra, i poliomielitici o le persone affette da deformazioni e malattie congenite».
Attualmente come procede la partecipazione europea a questa causa?
«Purtroppo dobbiamo ammettere che c'è una lentezza enorme che in parte può essere attribuita al terrorismo che minaccia le sorti dell'Europa stessa, ma in parte va attribuita alla mancanza di consapevolezza. Quando si parla di globalizzazione del commercio e della cultura non si dovrebbe dimenticare che anche l'Africa fa parte di questo mondo. E la situazione era ancora peggiore quando della questione africana non si parlava affatto. La politica europea è sempre stata rivolta soltanto verso il proprio regime interno, senza rendersi conto che la sfida più grande che incontrerà in questo secolo deriverà direttamente dalla condizione dell'Africa. Non perché l'Africa potrà venire a far guerra a casa nostra. Tutt'altro: peserà su di noi perché è il nostro continente gemello. Per questo insisto a dire che non dobbiamo lasciare morire l'Africa».
Qual è il coinvolgimento del nostro paese invece?
«Avendo girato l'Italia posso dire che quasi ogni parrocchia ha un suo collegamento con l'Africa. Ci sono prima di tutto medici, ma anche operai, carpentieri o associazioni come i Lions e il Rotary Club che hanno rivolto il loro impegno in questa direzione. A proposito dei medici, si sono formati movimenti in tutta Europa a sostegno dei paesi del Terzo Mondo da parte di gruppi di loro; e anche in questo caso è una realtà che nessuno conosce. Soltanto in Italia ce n'è una moltitudine: ad esempio il gruppo Smile a Roma costituito da chirurghi del settore maxillofacciale. C'è un gruppo di medici anche a Ravenna e io stesso ne ho creato uno, chiamato Medici per l'Africa, formato da chirurghi che hanno cominciato facendo interventi negli ospedali del Burundi e ora si stanno spandendo nei paesi vicini, come il Congo per esempio; da notare che questi medici pagano di tasca loro gli interventi che compiono. Il mondo medico dunque è costituito da persone generose e appassionate che sentono il bisogno di accorrere in quei luoghi per soccorrere il loro prossimo. Ma, insisto, nessuno ne sa nulla».
PIERFRANCO ROSSETTI