Mercoledì 15 Novembre 2006 - Libertà
Rossini, "terapeuta" del diciannovesimo secolo
Intervento di Venuti in Fondazione sulla popolarità del "re" dell'opera buffa
PIACENZA - Dell'incontrovertibile ambivalenza dell'opera rossiniana si è già detto e scritto di tutto e anche di più: tuttavia, ad apportare un ulteriore, significativo contributo alla questione, è intervenuto l'altra sera in Fondazione il professor Massimo Venuti, a lungo docente di Storia della musica al "Nicolini", e solo di recente trasferito al "Verdi" di Milano, ospite fisso della rassegna dedicata ogni anno da Tampa Lirica ai grandi nomi dell'opera buffa, realizzata dal sodalizio filolirico avvalendosi della collaborazione del Conservatorio e del patrocinio di Fondazione di Piacenza e Vigevano e Regione Emilia Romagna. Un'interessante lezione-concerto che alle precise argomentazioni fornite dal relatore ha unito il piacere dell'ascolto, proponendo un articolato programma monografico, con una rosa di arie selezionate attingendo anche al repertorio meno frequentato del compositore napoletano, interpretate dal baritono Maurizio Magnini e dai soprani Akiko Koga ed Elena Franceschi. Nel caso di Gioacchino Rossini (1792-1868) furono due, fondamentalmente, le ragioni che, secondo Venuti, determinarono l'inesauribile popolarità conosciuta dalla sua produzione di genere "buffo" a scapito della diffusione e del successo di quella cosiddetta "seria": da un lato, ragionando in negativo, le tesi sostenute da una storiografia musicale "di parte", in particolare quella sviluppatasi in area germanica, pronta a rivendicare per gli autori di nazionalità tedesca il "primato" nel genere serio, fattore che avrebbe poi finito per oscurare i giusti meriti tributabili a Rossini sul fronte di opere come il Guglielmo Tell o il Mosè. Dall'altro, elemento positivamente costruttivo, la massiccia presenza nei drammi "giocosi" di Rossini del così genericamente definito "elemento turco", ovvero la predilezione accordata dall'autore ad ambientazioni esotiche e all'impiego, sul fronte di un'orchestrazione dalla timbrica sempre smagliante, di strumenti tipicamente orientali, come sistri e ottavini, questi ultimi onnipresenti nelle formazioni bandistiche dei giannizzeri. Le vicende musicalmente narrate ne L'Italiana in Algeri divenivano così, in un'Europa messa a ferro e fuoco dalla minaccia ottomana, una trascrizione in chiave comica del nemico, dalle valenze esorcizzanti e, sul fronte di una dilagante paura collettiva, in un certo senso "terapeutiche". Anche se poi Venuti individua nella geometria, nella perfetta quadratura fra frase musicale e parola, sovente scomposta in sillabe al fine di scinderla da ogni connotazione di significato, la reale portata rivoluzionaria incarnata dall'arte di Rossini. A supporto delle tesi enunciate dal musicologo, le romanze intonate dai cantanti, accompagnati in questa celere ma sapida carrellata dal suadente tocco pianistico del M° Vito Lombardi, hanno puntualmente offerto una concreta dimostrazione di quanto detto, a partire dall'aria "Nel teatro del gran mondo" tratta da Il Signor Bruschino intonata da Magnini adottando un fraseggio volutamente scandito e ossessivamente ritmato. Anche per Akiko Koga, vocalità agile e dal bel timbro squillante, dapprima una pagina, di solare cantabilità, da Il Signor Bruschino, l'aria di Sofia "Ah donate il caro sposo", quindi un brano d'agilità, l'aria di Ninetta "Di piacer mi balza il cor" da La Gazza Ladra. Per Elena Franceschi invece, soprano drammatico dalla voce particolarmente ricca di armonici, l'aria di Berta da Il Barbiere, che la cantante restituisce dando prova di una notevole vis comica, quindi, una luminescente, melodiosa e legatissima interpretazione de la "Preghiera del Salice" dall'Otello. Ancora un'uscita di Magnini nelle vesti del Dandini della Cenerentola, "Come un'ape ne' giorni d'aprile", quindi due applauditissimi fuori-programma, ambedue dalle Arie da Camera, per i soprano: l'indiavolata tarantella de "La danza" per Koga e "Il rimprovero" per Franceschi.
a. gre.