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Venerdì 17 Novembre 2006 - Libertà

Pescucci: così vestirò Don Pasquale«L'abito fa il personaggio, deve parlare del tempo della vicenda»

Municipale - Parla la costumista, premio Oscar, ora al lavoro per l'opera prevista a fine dicembre

PIACENZA - Prova d'orchestra per Don Pasquale, secondo appuntamento della stagione lirica al Municipale. Sul podio il maestro Riccardo Muti a dirigere la "Cherubini". Un ritorno all'opera lirica del maestro Muti per arricchire l'esperienza dei suoi allievi nel rapporto orchestra-palcoscenico. Domani sera alle 21 intanto, sempre al Municipale, concerto-lezione del maestro sull'opera di Donizetti. Il nuovo allestimento di Don Pasquale vede impegnati il Municipale, la Fondazione Toscanini e il Teatro "Alighieri" di Ravenna.
Gabriella Pescucci è già al lavoro per predisporre i costumi dell'opera, l'ultimo dramma buffo in tre atti uscito dalla fervida penna di Donizetti. Premio Oscar '93 per i costumi del film L'età dell'innocenza di Coppola, la Pescucci ha lavorato con grandi registi quali Fellini, Scorsese, Rosi.
Premio alla Carriera 2005, due David di Donatello, sei Nastri d'Argento, lei si è formata all'Accademia di Firenze ed ha iniziato a lavorare a Roma per il cinema e per il teatro.
«Tanto lavoro per il cinema - ricorda la signora con bell'accento fiorentino -, ma il teatro mi affascina. Sono forme completamente diverse di intervento e di resa. Il teatro è più immediato per lo spettatore, in diretta, e noi si lavora sempre con la musica in sottofondo. Piacevole».
L'abito fa il personaggio?
«In buona parte. Nell'abito, nella foggia, nei tessuti, si rivela il gusto di chi lo indossa. E' come l'arredamento della casa, ti dice chi la abita, rivela la testa delle persone che ci stanno. Oggi, l'abito rivela molto meno la classe di appartenenza delle persone. Nel nostro lavoro è decisivo arrivare allo spettatore con immediatezza. Il nostro è un lavoro di equipe al servizio dell'idea registica».
Quanto spazio è lasciato alla fantasia del costumista?
«E' importante dare il segno giusto. I costumi devono essere come le scene, rendere il tempo della vicenda. Rimane margine, tuttavia, per lavorare anche di fantasia, per caratterizzare meglio. Le stravaganze, il bisogno di stupire a tutti i costi fanno parte dello spettacolo, ma io preferisco non abusare. Tutto è già stato fatto, solo che noi abbiamo la memoria corta e tendiamo a gridare ogni volta all'evento. Eccessivo».
Cambiano i costumi perché cambiano i corpi che li indossano?
«Certamente. In questi ultimi 30 anni ho notato un cambiamento significativo, sarà l'alimentazione. Le donne sono più alte, piuttosto esili, fianchi più stretti, gli uomini hanno la testa più grossa e i piedi anche più lunghi e i costumi devono seguire questo andamento, adattarsi. Ci sono tanti materiali nuovi, tessuti, colori. Il colore è molto importante. In questo allestimento ho usato molto il colore, per rendere frizzante il personaggio di Norina».
Nella finzione teatrale, che senso ha esigere l'autenticità dei costumi, come si favoleggiava di Luchino Visconti?
«Non è una stravaganza, un modo eccentrico di fare. Nel cinema ci sono i primi piani, il merletto si nota, è questione di resa, una bella stoffa rende meglio sotto la luce. Ma non sempre la stoffa più costosa è la migliore alla resa. Questo sì, ma per trovarla ci vuole tempo. Il tempo, nel nostro mestiere, è più importante dei soldi. E' ricco chi ha tempo».

Gian Carlo Andreoli

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