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Martedì 7 Novembre 2006 - Libertà

Celati: «Racconto la valle padana»
L'esperienza del passaggio dal libro al documentario

Il grande narratore emiliano sarà giovedì a Piacenza per la rassegna "Testimoni del tempo"

Riprendono, dopo la pausa estiva, gli incontri con i "Testimoni del tempo", promossi dall'assessorato alla cultura del Comune di Piacenza e dalla Fondazione di Piacenza e Vigevano e curati da Eugenio Gazzola.
Il primo di questa nuova serie di appuntamenti sarà, giovedi alle 21 all'Auditorium della Fondazione in via S. Eufemia 12, con lo scrittore Gianni Celati, che verrà ad assistere e a commentare la proiezione del filmato Visioni di case che crollano, terzo lavoro documentaristico del grande narratore emiliano.
Con il documentario lei affida il racconto alle immagini. Perché questa scelta? Che cosa offre al narratore questo mezzo di espressione?
«Nel 1989 mi è stato proposto di trasformare in film il mio libro intitolato Verso la foce (edito da Feltrinelli) che racconta un attraversamento della valle Padana. Ho dovuto inventarmi un mestiere dall'oggi all'indomani, con l'aiuto di alcune persone con cui ancora lavoro, in particolare due cameramen, Paolo Muran e Lamberto Borsetti. Con questi lavoriamo in stretta collaborazione, ma ho capito che i risultati migliori vengono quando li lascio muoversi e cercare le immagini per conto loro. Dunque, dopo mi trovo come uno che usasse del materiale trovato, e questo straniamento da me stesso è molto utile. Perché devo fare un lavoro di immaginazione, per vedere con gli occhi della mente le sequenze di immagini, come se sognassi tutto, prima del montaggio. E questo è un lavoro nuovo e più interessante che mai».
Perché ha scelto la realtà del documentario e non la finzione del cinema?
«Un film è appunto una finzione, e questo porta al fatto che si lavori quasi esclusivamente con i "trucchi" collaudati della finzione. Mentre in un documentario praticamente non ci sono trucchi (tranne nel montaggio), e ci si espone più disarmati alle situazioni da riprendere. Per questo tutto il lavoro diventa infinitamente più immaginativo. Anche se non porta a effetti spettacolari (che io evito più che posso). Esplorare i paesaggi è un lavoro dell'immaginazione. Non credo che farò mai un film, ma se lo facessi userei gli stessi criteri che ho quando giro un documentario».
Le rovine, le case crollate, il paesaggio surreale che lei racconta in questo suo ultimo documentario si ritrova in qualche modo anche nel suo ultimo romanzo "Fata morgana", là dove lo strano popolo dei Gamuna si installa in una modernissima città improvvisamente abbandonata dagli uomini. Dunque è il rapporto che abbiamo con il passato e le sue tracce quello su cui dovremmo fermarci a riflettere, a suo parere?
«Sì, lei ha già detto tutto molto bene. L'unica cosa da aggiungere è che Fata morgana è stato scritto circa 15 anni prima del documentario sulle case che crollano. Quando l'ho scritto abitavo in una zona molto rurale della Normandia, dove c'erano (e ci sono ancora) quasi solo vecchie case di campagna, case di pietra d'altri tempi, e lì le tracce del passato erano a fior di pelle».
Per tornare dalle immagini alla parola, con il suo ultimo libro, "Vite di pascolanti" (vincitore quest'anno del Premio Viareggio), si è detto che lei sembra essere tornato ai libri del suo esordio, sia per la lingua che utilizza, sia per il racconto delle vite di provincia che fa in queste pagine. Riconosce nelle sue intenzioni questo "ritorno al passato"?
«No. Quei racconti risalgono ad epoche lontane, ed erano stati abbandonati per dedicarmi ad altro - ad altri tipi di racconto, che si chiamano novelle, come quelli di Narratori delle pianure e di Quattro novelle sulle apparenze. E poi al lavoro di scrivere sui paesaggi, come in Verso la foce, con un modo di guardare che ho imparato dai fotografi, e in particolare Luigi Ghirri».
Nella quarta di copertina del libro lei afferma che questi racconti fanno parte di una serie di "esercitazioni a raccontare storie", che se un giorno arrivassero in porto dovrebbero chiamarsi "Costumi degli italiani". E' un progetto concreto? Possiamo sperare di trovarlo un giorno in libreria?
«Sì, è un vecchio scartafaccio che in parte risale agli inizi degli anni '70, dove annotavo spunti di racconti, scene, idee su personaggi, e certe volte anche sviluppi d'un racconto: esercitazioni che ho fatto fino agli anni '80 e poi ho abbandonato. I tre racconti pubblicati sono pezzi montati assieme scremandoli da una massa di appunti e tentativi andati a vuoto. Quello scartafaccio è come una cava dove sono andato in cerca di pezzi di pietra per tirare su un muro. Non so proprio se riuscirò a tirar su altri muri».

CATERINA CARAVAGGI

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