Domenica 29 Ottobre 2006 - Libertà
municipale lirica Piacevole il "Così fan tutte" di Gandini, cantanti giovani e preparati, oggi la replica
Un Mozart di candida naturalezza
"Toscanini" ben guidata da David, nel cast svetta Antoniozzi
piacenza - Per grazia di Dio (ma astraendo dalla volontà della Nazione) sta scemando l'epidemia di mozartite che imperversa da quasi un anno.
Ci si augura che il 27 gennaio 2007 segni la sua irrevocabile fine e che d'allora in poi la programmazione di musiche di Amadeus, sommo tra i sommi, si ridimensioni in proporzioni "normali", schivando convulsi e opprimenti sovraccarichi.
Anche il Municipale si sente in obbligo di pagare il suo tributo al fatidico anniversario, ricorrendo a Così fan tutte, che nell'ambito della trìade su libretti di Lorenzo Da Ponte si prospetta relativamente più semplice delle Nozze di Figaro e di Don Giovanni.
Non per niente Così vanta il maggior numero di presenze a Piacenza, a partire dalla rappresentazione del 1961, "storica" in quanto costituì l'esordio incredibilmente tardivo (sollecitato a più riprese dal sottoscritto: felix culpa?) di Mozart sulle scene piacentine. Poco importa oggi, dopo tanti anni, che in teatro si contassero non più di 200 persone, ovviamente sbigottite: l'avvio fu lì per lì penoso, ma il dado era tratto, e fu quello, in ambito non solo locale, l'inizio delle crescenti fortune pubblicitarie, cinematografiche, teatrali, anche televisive, che baciarono Wolfgang, auspice l'arcinota pièce Amadeus.
Ora il ritorno di Così rinnovella i fasti mozartiani e replica un prodigio: il prodigio di un'illusiva semplicità, di un astratto schematismo di struttura drammaturgica per la quale si è evocato "il gioco di una scacchiera", ove le sei pedine ossia i sei personaggi paritetici, scopertamente esagonali, si muovono e interagiscono svelando risvolti inquietanti e ambigui.
L'apparenza resta quella scontata e corriva della settecentesca opera buffa italiana, con doppia coppia di amanti, con gioco di scambi e identità fraintese e con la funzione di deus ex machina assunta, con cinismo sottilmente crudele, dalla servetta Despina e dal "vecchio filosofo" Don Alfonso.
Mai tuttavia Mozart si concede passivamente alla convenzione.
Dalla manipolazione in apparenza scherzosa di tipi fissi, di maschere, di tradizioni raggelate risulta invece un capolavoro di umoristica lievità, sospeso fra ironia e amarezza, fra malizia e "moralità" facilmente convertibile in "amoralità".
Sotto la cenere o lo spolvero proditorio della grazia, della piacevolezza, della galanteria cova la fiamma di un'acre invettiva misogina, di una dura satira dell'instabilità femminile, ma non meno maschile, per cui il titolo didascalico e ammonitore - con relativo sottotitolo La scuola degli amanti - si potrebbe facilmente ribaltare in Così fan tutti. Perché solo Fiordiligi e Dorabella, cedevoli sorelle, e non anche Ferrando e Guglielmo, finti "albanesi"?
La difficile facilità chiamata in causa a proposito della Finta semplice allestita dal Conservatorio vale a maggior ragione per questo frutto ultramaturo della creatività mozartiana. Qui non s'inganna, non s'imbroglia, non si bara. Ogni minimo sgarro provoca sussulti e sconcerti in una trama sonora tanto suscettibile. Si riconosca allora che l'orchestra della Fondazione Toscanini si è districata in complesso onorevolmente nel fitto e intricato percorso, guidata con vigile cura da Yoram David, attento al controllo, all'equilibrio, al dosaggio sonoro, pur con qualche sbilanciamento nel forte.
La compagnia di canto ha dalla sua il vantaggio della giovinezza e dell'affiatamento conseguito provando e riprovando. Facilmente svetta la Fiordiligi di Rachele Stanisci, ferrata in tecnica, stile e vocalità, e altrettanto si direbbe per la Dorabella di Annarita Gemmabella, però non graziata da Mozart di altrettante arie superlative. In crescendo la prova di Fabio Maria Capitanucci, Guglielmo meritevole di riguardo, in via di auspicata maturazione oltre le acerbità; cui si associa il Ferrando baldanzoso e fin stentoreo di Emanuele D'Aguanno. Spigliata come da copione figura l'agrodolce soubrette Despina di Rosanna Savoia.
In Antoniozzi, doppiamente Alfonso, rivive esemplarmente il retaggio di una grande scuola, che concepisce la comicità o, meglio, l'umorismo in musica con inalterabile misura e aurea contenutezza, schiva di scadimenti nel facile effetto clownesco e nella buffoneria corriva; oltre ovviamente alla rispondenza della voce, che ci deve essere, e in effetti c'è (il che vale per Mozart, Rossini, Donizetti et ultra).
Assai calzanti gli interventi del Coro del Municipale, istruito da Corrado Casati con perizia pari a quella di Vito Lombardi nel sostenere i recitativi al cembalo. Per una vicenda astratta, didascalica, dimostrativa come questa di Così, può ben valere la scena-non-scena ideata da Italo Grassi, anodina, ovviamente candida, in cui via via s'aprono opportuni esterni e interni, con il corredo di scarni ed essenziali elementi realistici. La regia di Marco Gandini si riscatta da quella non memorabile del Tancredi rossiniano, ricercando "naturalezza, pulizia, compostezza" (ma perché ancora e sempre violare l'ouverture con apertura di sipario?).
Fra le quattro produzioni piacentine di Così fan tutte, questa finora primeggia. Oggi alle 15.30 la replica.
Francesco Bussi