Martedì 24 Ottobre 2006 - Libertà
«Viaggiare oggi è la cosa più banale»
Sebastiano Vassalli ricorda le visite a Piacenza 40 anni fa
Intervista allo scrittore che venerdì interverrà alla presentazione di "Passaggio a Piacenza"
Venerdì alle 17.30, all'auditorium della Fondazione di Piacenza e Vigevano in via S. Eufemia 12, verrà presentato il volume Passaggio a Piacenza, pubblicato da Edizioni Scritture con le cure di Eugenio Gazzola e Stefano Pareti: una raccolta di testi sulla città e sulla provincia scritti da storici, scrittori, militari e politici, viaggiatori e giornalisti, che hanno attraversato queste terre dal tempo dei Romani a oggi. A questa interessante antologia di "sguardi forestieri", fa da prefazione un testo appositamente scritto dallo scrittore Sebastiano Vassalli, che insieme allo storico dell'arte Andrea Emiliani interverrà alla presentazione del volume. A Vassalli abbiamo rivolto alcune domande.
Nella prefazione al volume, lei afferma che i viandanti, di ieri e di oggi, sono attratti dai paesaggi celebri, dai monumenti famosi, dai luoghi conosciuti in tutto il mondo per la loro storia e guardano con attenzione soltanto le realtà scenografiche e, in definitiva, finte. Da che cosa, invece, è attratto il viaggiatore Vassalli?
«Vassalli ormai è un non-viaggiatore: da quando i viaggi sono diventati in ogni parte del mondo la cosa più banale che si possa fare, cerco di viaggiare il meno possibile. Ormai viaggio poco? venire a Piacenza venerdì sarà un po' un'impresa, che affronterò però con piacere».
Allora potrei chiederle da che cosa è stato attratto quando è stato di passaggio a Piacenza?
«Le mie frequentazioni piacentine, in realtà, risalgono a quarant'anni fa, agli anni '60 del secolo scorso e ciò che ricordo sono soprattutto le persone. In quegli anni c'era un certo fervore in Italia e soprattutto nelle città emiliane come Modena, Reggio Emilia, e come anche Piacenza, in cui avevo amici che poi sono diventati artisti importanti e affermati. Era con loro che mi vedevo e sono loro che ricordo».
Lei vive da più di 60 anni in una città, Novara, che, come Piacenza, non è né grande, né particolarmente bella, né rinomata: posti che "si abbandonano a vent'anni o non si abbandonano più", come ha fatto lei. Lo ha fatto perché ritiene che la provincia sia un luogo eletto per la scrittura?
«E' difficile teorizzare su ciò che è accaduto. Noi crediamo di decidere, ma la vita va anche per conto suo. Io sono vissuto per tanti anni in una città di provincia da principio odiandola, perché a 20 anni chi vive in una città come Novara se è sano di mente la odia, poi pian piano riconciliandomi e finendo per amarla. Forse semplicemente perché invecchiando si diventa stupidi, o forse perché si scopre una dimensione più modesta ma più autentica rispetto a quella delle grandi città e dei luoghi rinomati, che è molto più scenica e scenografica ma poi in definitiva come contropartita non dà altro che perdita di tempo».
Nei suoi romanzi lei spesso racconta storie ambientate nel passato per parlarci del presente. Con il suo ultimo libro, "La morte di Marx e altri racconti", il nostro tempo è affrontato invece senza intermediazioni. Perché ha scelto di raccontare il presente in maniera diretta?
«Venti anni fa, quando ho deciso di raccontare la storia che poi si è intitolata La chimera, la mia prima grande storia del passato, pensavo che il presente lo raccontasse la televisione. Che lo raccontasse male, ma che lo raccontasse lei e che fosse inutile mettersi a competere con quel racconto. E pensavo quindi che per raccontare il presente bisognasse fare un poco di sponda, come si fa a biliardo. Ora non ne sono più così convinto, anzi mi sembra che il presente non lo racconti nessuno, nel senso che la televisione è rumore e poco più e la letteratura - soprattutto quella che va per la maggiore, quella dei libri più venduti - racconta il vuoto, la banalità».
Anche in "Archeologia del presente" lei parla di un periodo recente della nostra storia: quello del '68. Se quello fu il periodo dei grandi sogni e dei possibili cambiamenti, mai avvenuti, quello che stiamo vivendo oggi che periodo è?
«E' un periodo in cui di sogni non ce n'è più. E' un periodo che credevamo di poter prevedere e invece si è sviluppato in tutta un'altra maniera, è una realtà cambiata in maniera profonda, non secondo le nostre intenzioni, che presenta grandi complessità e grandi paradossi, aspetti inquietanti e paurosi, che uno scrittore ha il dovere di raccontare. E' un periodo in cui stiamo pagando altissimi costi di un progresso che non dà più vantaggi. E' un mondo pauroso, in cui dovremmo inventare un altro tipo di progresso e un nuovo futuro».
CATERINA CARAVAGGI