Domenica 24 Settembre 2006 - Libertà
Alzheimer, ogni anno 500 nuovi casi
E l'esperto lancia l'allarme: ricerca e programmazione ferme
L'associazione che assiste i malati di questo morbo ha dedicato in Fondazione una mattinata di approfondimento
Ogni anno nella provincia di Piacenza vengono riscontrati 500 casi di Alzheimer, patologia degenerativa delle cellule cerebrali. Nell'arco di sei anni, dal settembre del 2000 a questi giorni, nel consultorio per i disturbi cognitivi nell'anziano dell'Asl di Piacenza, sono stati visitate - come prima valutazione per questo tipo di patologia - 2632 persone. La sezione piacentina dell'associazione Alzheimer Italia, guidata da Andrea Gelati, ha dedicato ieri, all'auditorium della Fondazione di Piacenza e Vigevano, una mattinata di approfondimento e di confronto su una malattia tanto ineffabile (l'unica diagnosi certa è eseguibile solo post mortem) quanto devastante negli effetti sul paziente e sulla sua famiglia.
«Ad oggi, la diagnosi di Alzheimer è solo una valutazione dei sintomi - ha spiegato il professor Orso Bugiani, neurologo dell'istituto Carlo Besta di Milano -, una diagnosi di probabilità. Colpisce in una percentuale lievemente maggiore le donne piuttosto che gli uomini. Negli ultimi anni si è assistito al manifestarsi della malattia i persone al di sotto dei 65 anni. Un dato che si spiega con la maggiore capacità di riconoscere la patologia anche in pazienti più giovani. E l'unico fattore di rischio riconosciuto è rappresentato dall'età (over 65 anni)».
Sui progressi raggiunti nel campo delle terapie possibili, il professor Bugiani spiega che «se rispetto a vent'anni fa sono stati compiuti passi in avanti enormi, negli ultimi tre anni si assiste ad una stasi nella programmazione della ricerca». Il trattamento più efficace, dopo l'interruzione della sperimentazione del vaccino, continua ad essere la terapia con farmaci per migliorare la memoria ed attenuare i disturbi del comportamento. Presidi che spesso sono un sollievo non solo per il paziente, ma per il famigliare che lo accudisce.
«Chi si prende cura dei malati di Alzheimer può essere più vulnerabile alle emozioni negative, e tendere ad abusare di psicofarmaci» ha sottolineato Lucio Lucchetti, responsabile del consultorio per i disturbi cognitivi nell'anziano dell'Unità operativa di Geriatria dell'Asl di Piacenza. Questo è dovuto alla fatica fisica che questa presa in carico richiede, non solo in termini di intensità, ma anche di durata. L'aspettativa di vita di un malato può variare dai 7 ai 15 anni: compito che viene svolto dalle "donne" di casa, moglie e figlie nel 73,8 per cento dei casi, con un notevole impatto sul versante economico (lavoro), affettivo e sociale.
Maria Rosaria Liscio, psicologo della Federazione Alzheimer Italia, ha spiegato alla platea come sia possibile interpretare, attraverso atteggiamenti anche aggressivi, i comportamenti dei malati, e di come la comunicazione non verbale sia efficace. Un aiuto alle dinamiche famigliari arriva dalle badanti: argomento delicato che è stato affrontato da Edvin Shehu, mediatrice culturale e coordinatrice della consulta immigrazione e mondialità di Piacenza. «Il lavoro di cura può essere di qualità solo se vengono tutelati i diritti di tutte le persone coinvolte» ha detto.
Paola Pinotti