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Domenica 15 Ottobre 2006 - Libertà

«Dedico il mio Angil ai Masai»
Francesca Lipeti torna a casa per il premio

Domenica, sul sagrato della cattedrale, il medico missionario piacentino riceverà il riconoscimento della Fondazione

Ai suoi ha detto che doveva venire in Italia per un meeting. Era più facile che spiegare ai Masai cos'è l'Angil dal Dom; la verità gliela dirà dopo, quando tornerà in Africa con la preziosa statuetta e la metterà in bella vista nella missione di Lengesim, in Kenya, dove vive da quasi 14 anni. Francesca Lipeti, 43 anni, è il medico piacentino scelto dalla Fondazione di Piacenza e Vigevano per l'edizione 2006 del prestigioso riconoscimento. Le sarà consegnato dopo domani, sul sagrato della cattedrale, durante la festa del Duomo. «Sapevo che l'Angil dal Dom era stato assegnato a monsignor Domenico Pozzi e all'amico "africano" Roberto Gandolfi, ma sinceramente io non me l'aspettavo». Sono le prime parole che pronuncia appena arrivata in Italia dopo un lungo viaggio.

Duecento chilometri di pista da Lengesim fino a Nairobi sull'ambulanza a quattro ruote motrici, poi il volo con la Klm alla volta di Amsterdam, infine l'atterraggio a Milano Linate. Tutto per ritirare l'Angil. A chi dedica questo premio?
«Pur vivendo tra i Masai, mi vengono in mente gli alpini e la loro canzone "Il testamento del capitano". L'angelo lo faccio a pezzettini. Il primo pezzo lo dedico a mia madre Piera che mi ha sempre incoraggiato, il secondo pezzo ai miei fratelli Antonio e Paola che mi hanno sempre appoggiato, il terzo pezzo a mio cognato Luca, il quarto pezzo alle persone con cui vivo e lavoro, il quinto a coloro che hanno fondato la missione in mezzo a quel pezzo d'Africa isolato dal mondo: Don Domenico, Anna (scomparsa nel 2000) e Alma. L'ultimo pezzo a tutti i Masai».
Chi sono i Masai per Francesca Lipeti?
«Dedico a loro questo riconoscimento per ringraziarli di avermi accolto: sono diventati come la mia seconda famiglia, in questi 14 anni ho visto crescere sotto i miei occhi i bambini e la gente, ho visto formarsi legami molto solidi. Sono una popolazione molta attaccata alla propria tradizione e alla cultura, si dedicano alla pastorizia, sono seminomadi, gente fiera con un passato da guerrieri».
Però gli ha raccontato una piccola bugìa...
«Ho detto a tutti che andavo ad un meeting, spiegare che cosa è l'Angil dal Dom e cosa rappresenta non è così facile. Subito dopo il premio, martedì, ripartirò subito, mi aspetta tanto lavoro».
Medico, volontaria in un dispensario isolato a 200 chilometri da Nairobi. Come si vive nel suo pezzo di mondo?
«Ci si arriva solo tramite piste di terra, non abbiamo acqua né elettricità, durante la stagione delle piogge rimaniamo isolati. Il dispensario è un piccolo ospedale che serve una comunità di 6-8mila persone anche se il bacino d'utenza, costituito sempre dalla popolazione Masai, risulta molto più grande. Abbiamo a che fare con tutte le malattie infettive: dalla malaria alla tubercolosi, poi le gastroenteriti, polmoniti, otiti, complicazioni da parto; molto comuni sono i traumatismi ma anche i morsi di serpente o attacchi di animali selvatici».
La sua più grande vittoria, in questi 14 anni?
«La speranza di vita che si è elevata ai 50 anni. Non si muore più di poliomelite, di tetano, di difterite. Abbiamo creato operatori di villaggio, puntiamo sulla prevenzione e informazione sanitaria».
Don Domenico prima, Robertone Gandolfi poi, adesso lei. Dell'Africa ci ricorda solo con i premi?
«Dell'Africa si tende a parlare o raccontando gli aspetti pessimistici come se non ci fosse la possibilità di uscire da certe situazioni oppure in termini pietisti. Credo che le informazioni ancora non siano complete. L'Africa è un continente molto vivo in cui i giovani stanno prendendo coscienza della proprie capacità e delle proprie risorse. Penso che Piacenza sia una città dal cuore buono. Ha sempre aiutato le missioni e la gente che incontro, in generale, è sempre attenta e sensibile, credo che i piacentini abbiamo dimostrato la loro generosità. Sono molto grata a loro».
Lei è in Africa da 14 anni. Fino a quando vi rimarrà?
«È molto difficile rispondere. Amo molto la mia famiglia a Piacenza, ma considero la mia seconda famiglia la gente con cui lavoro e con cui vivo tutti i giorni, i legami sono molto forti anche con loro, Lasciamo tutto ai disegni di qualcuno che sa più di noi».
Non si preoccupa mai di che cosa succederà nella sua missione quando ritornerà in Italia?
«Abbiamo lavorato tanto affinché la gente locale possa un giorno prendere in mano queste strutture che non sono state fatte per essere gestite eternamente da noi. Con questa speranza nel cuore credo che anche se dovessi venire via io la missione comunque potrà andare avanti».

Federico Frighi

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