Sabato 16 Settembre 2006 - Libertà
Sul caso di Genova - Sono stati circa duecento in città e provincia i bambini bielorussi ospitati durante l'estate
«Ingiusto trattenere la bambina»
Preoccupate le associazioni: a rischio le vacanze terapeutiche
Un'estate indimenticabile. E da ripetere: lo chiedevano gli occhi lucidi delle "mamme a tempo" e quelli dei bambini bielorussi ospiti per un mese a Piacenza, grazie al progetto della vacanza di risanamento. «Hanno trovato bontà e affetto, e queste sono le medicine migliori», avevano raccontato le accompagnatrici dell'istituto bielorusso alla partenza.
Rientro che, invece, non c'è stato per Maria, la bimba bielorussa che una coppia affidataria genovese tiene nascosta da una settimana perchè non rientri nell'orfanotrofio di Vileika, dove sarebbe stata vittima di violenze. Una vicenda a sè - la coppia genovese aveva già in corso le pratiche per l'adozione - che rischia di diventare un caso diplomatico: se per ora non si parla ancora di blocco delle adozioni, la Bielorussa avrebbe invece deciso di sospendere le partenze proprio di quei bambini che vengono in Italia per le vacanze terapeutiche. Lasciando nello sconforto molte associazioni che se ne occupano da anni.
Se c'è chi ammette che la situazione è davvero delicata e difficile e che probabilmente «bisognerebbe trovarsi in certe situazioni», il commento comune è che le strade da seguire avrebbero dovuto essere altre. Meno clamorose, in rispetto della legge, proprio perchè si ha a cuore il bene dei bambini.
Da maggio a settembre il Comitato Piacenza per l'accoglienza collegato alla Fondazione Aiutiamoli a vivere ha ospitato in città e provincia una cinquantina di bambini bielorussi, provenienti sia da istituti che da famiglie, spesso disagiate. «Non condivido la linea adottata dalla famiglia di Genova - commenta Titta Brolli, segretaria del Comitato -. Avrebbero dovuto affidarsi agli organi competenti senza creare questo incidente diplomatico tra i due Paesi. Se si hanno a cuore i bambini - e so quanto affetto si possa provare per il bambino che si ospita - dobbiamo anche immaginare quali gravi conseguenze questa decisione potrebbe comportare anche per gli altri». Non è la prima volta che la Bielorussia - tiene a precisare - minaccia di chiudere anche l'accoglienza temporanea. «Secondo me questa non è la strada, avrebbero potuto fare una denuncia agli organi competenti, accompagnare la bimba in Bielorussa e chiedere che venisse spostata in un altro istituto. Io per esempio - continua la signora Brolli - ci sono andata tre volte, ho dormito in istituto o ho cercato di rendermi conto delle condizioni nelle quali vivono. Ho trovato un ambiente modesto ma tutto sommato pulito, le maggiori carenze riguardano invece l'aspetto umano, affettivo. Per loro sperimentare un nucleo familiare può ripercuotersi positivamente sulla loro crescita». La Bielorussia è una paese nel quale ci sarebbero 5000 orfani sociali all'anno. «Spero che ora non sia più difficile andare in Bielorussa. La Fondazione Aiutiamoli a vivere ha molti progetti in corso: dalla fornitura di materiale, alla ristrutturazione di ambienti, dai realizzazione di laboratori agli ambulatori».
Arrivano invece da Tula in Russia i bambini provenienti da istituti (orfani o tolti a famiglie disagiate) e accolti dall'associazione Bambini dal mondo in famiglia. Quest'anno sono stati circa 90, ospiti di famiglie di città e provincia. «E' una vicenda molto delicata - commenta Augusto Boeri, vice presidente dell'associazione -. Sono solidale con la famiglia, probabilmente c'era un'altra via ma forse nemmeno io avrei saputo come comportarmi.D'altra parte capisco che in questo modo si rischia di mettere a repentaglio l'arrivo di altri bambini e il lavoro di molte associazioni. Ci sono anche altri sistemi, noi per esempio denunciamo eventuali disagi ma capisco che si tratta di due Paesi diversi, e con la Russia il dialogo è più gestibile. Sono bambini che hanno bisogno di tutto e di niente. Hanno bisogno di affetto, di fiducia, di vedere altre realtà. Speriamo che la situazione si risolva presto, senza conseguenze negative».
Carla Parmgiani