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Domenica 3 Settembre 2006 - Libertà

Un'inviata tra i capitalisti del Terzo Mondo
«Non sono tanto diversi dagli occidentali della stessa classe sociale»

Alla manifestazione spazio ad arti antichissime ricche di significati, riflessioni sul lavoro, su terzo mondo e su cibi e culture Maria Pace Ottieri ieri sera a Carovane col suo "Ricchi tra i poveri", nato dalle interviste a 13 imprenditori di sette

Chi sono i ricchi dei paesi poveri? Come si comportano? Cosa pensano? Come li vede il resto della popolazione nei loro paesi? A queste e altre domande dà una risposta Maria Pace Ottieri con il suo libro Ricchi tra i poveri, da poco pubblicato da Longanesi, che lei stessa ha presentato l'altra sera a Carovane insieme alla collega Renata Pisu.
Nel libro, la giornalista e scrittrice - che ha sempre fatto del reportage sul campo la propria missione - affronta un tema, quello della ricchezza, per lei inusuale, dal momento che nella sua precedente produzione si è spesso occupata, al contrario, di poveri ed emarginazione.
Com'è nata l'idea di questo libro?
«Casualmente: due anni fa mi trovavo in India e ho letto sulla rivista "India today" un lungo articolo su una certa famiglia Tata, che oggi da noi è abbastanza conosciuta perché si è associata con la Fiat, ma che allora era abbastanza ignota. Si tratta di una famiglia industriale che è già alla terza generazione, molto potente, che in borsa vale più della General Motors, della quale noi e i nostri giornali finanziari non sapevamo niente. Allora per la prima volta ho realizzato che anche i paesi poveri avevano dei ricchi, degli imprenditori, che la povertà non è - al contrario di quanto siamo abituati a immaginare - un dato endogeno o geologico di questi paesi e che anche in quelle società vi possono essere diverse classi e sfumature sociali. Così ho pensato di raccontarlo in un libro».
Quindi, al contrario di quanto si pensa, i ricchi dei paesi poveri non sempre sono "nuovi ricchi"...
«No, per lo meno non in tutti i paesi: se in Cina spesso è effettivamente così, in India esiste un gruppo composto da qualche decina di famiglie di dinastia industriale che regge l'economia del Paese dall'indipendenza in avanti. Ci sono, certo, giovani imprenditori che hanno fatto fortuna sviluppando idee audaci o sulla spinta dell'incredibile crescita economica, ma ci sono anche molti potenti imperi familiari di antica tradizione».
Che cosa è cambiato nel suo modo di lavorare per questo libro rispetto al giornalismo "di strada" a cui si è dedicata in passato?
«Tutto! E' stato molto frustrante, perché naturalmente, al contrario dei poveri che hanno sempre voglia di raccontarsi, i ricchi si difendono, si nascondono? In particolare questi ricchi poi, non hanno nessun interesse a essere intervistati da una giornalista italiana, proveniente da un paese che per loro non significa nulla. Prima di tutto è stato difficile raggiungerli; poi, dopo averli trovati, molti si sono rifiutati di incontrarmi, mentre per gli altri mi sono dovuta accontentare di una semplice intervista, rinunciando così al mio proposito iniziale, che era quello di poterli seguire come un'ombra in una loro giornata normale, al lavoro o a casa».
Chi è riuscita a intervistare?
«Ho intervistato tredici imprenditori di sette paesi: cinque dell'India, uno della Cina, uno della Thailandia, uno dell'Indonesia, due della Turchia, uno dell'Albania, uno del Sudafrica e uno dell'Egitto. Ho cercato di scegliere personaggi che avessero storie individuali diverse tra loro, diverse religioni, diversi campi di interesse economico e finanziario, in modo da rendere ogni singola storia un tassello della storia più complessa dei loro paesi e in modo che leggendo di seguito le loro storie il lettore potesse farsi un'idea del cambiamento che stanno vivendo quelle realtà».
Ci sono anche delle donne tra questi ricchi imprenditori?
«Sì, ci sono due donne. Entrambe molto significative e piene di grinta. Una è turca ed è la prima donna alla guida di un impero industriale in una società conservatrice e musulmana: è stata votata due anni fa dalla quasi unanimità della famiglia a succedere allo zio come amministratore delegato dell'impresa. L'altra è indiana e la sua storia è completamente diversa, poiché in un paese in cui le donne entrano nel mondo degli affari solo attraverso le aziende di famiglia, lei si è invece fatta da sola, partendo da zero e diventando la regina del settore della biotecnologia, nonché la più ricca donna d'affari indiana».
Quali caratteristiche differenziano i ricchi dei paesi poveri dai nostri ricchi?
«Sono meno diversi tra loro di quanto mi aspettassi. Si tratta in effetti ormai di "individui globali", che parlano un inglese uniforme (e reticente, poiché si nascondono anche dietro una lingua fatta di frasi fatte e termini gergali finanziari), che hanno tutti una casa in America, che vengono tutti a fare shopping in Europa, che hanno tutti una barca?Questa che lei mi ha fatto è una domanda che io stessa ho rivolto a tutti loro e un ricco cinese mi ha risposto che la differenza è la longevità della carriera e della ricchezza: da noi si può contare su leggi precise che garantiscono una lunga durata, da loro tutto può saltare da un momento all'altro, poiché sono ancora molto dipendenti dallo Stato».

CATERINA CARAVAGGI

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