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Venerdì 1 Settembre 2006 - Libertà

Non esiste la superpotenza asiatica»
Renata Pisu: una coalizione tra Cina e India non è possibile

Intervista all'inviata di Repubblica che oggi parteciperà al dibattito delle 18 sui colossi economici emergenti

Studia la Cina fin dagli inizi della Rivoluzione culturale, quando frequentava corsi di lingua e di storia all'università di Pechino. Da allora Renata Pisu, inviata speciale per il quotidiano La Repubblica, svolge la professione di giornalista dedicandosi soprattutto ai territori dell'Asia Orientale, traduce opere di narrativa ed è autrice di numerosi saggi sulla società cinese. L'ultimo, pubblicato da Sperling nel 2004, è La via della Cina. Una testimonianza tra memoria e cronaca. E a novembre uscirà il suo ultimo lavoro, dedicato alle credenze, alla lingua e alla cultura cinesi (ed. Sperling, titolo da definire). Questo pomeriggio, a partire dalle 18, in piazza Duomo, Pisu sarà ospite della quarta giornata di Carovane.Renata Pisu,
inviata speciale di RepubblicaParlerà di "Cina e India: la superpotenza asiatica da tre miliardi di persone", a fianco di Giuseppe Turani, Susanna Viganò e Maria Pace Ottieri.
Su quali temi si giocherà il suo contributo?
«Vorrei mettere in discussione che questa superpotenza esista. Cina e India sono due società non assimilabili. Una coalizione fra Cina e India non è possibile, e se dovesse verificarsi sarà perché noi l'abbiamo immaginata, voluta e preparata, anche attraverso la globalizzazione. Per capirci, noi "cristiani" siamo molto più vicini ai nostri cugini dell'Islam di quanto la pragmatica Cina, erede del realismo socialista, lo sia con l'India, tuttora attraversata da tanti dèi e suggestioni».
Da anni si dice che la Cina è vicina, eppure se ne sa molto poco. E' colpa della nostra pigrizia mentale?
«Non si tratta solo di pigrizia. La Cina ha più volte attirato l'attenzione degli occidentali in epoca recente. Negli anni Settanta, nel solco del trend del comunismo e del maoismo, quando si usava dire che i cinesi avessero una predisposizione innata per la vita comunitaria, dovuta alle loro radici culturali. Negli ultimi vent'anni la Cina è tornata sotto i riflettori per il suo repentino sviluppo economico, e oggi, spesso, si sente dire che i cinesi hanno innato lo spirito del capitalismo».
Abbiamo sempre "travisato" questo paese?
«In un certo senso. La Cina è un paese immenso, o piuttosto un continente. Parlarne genericamente è come discutere dell'Europa senza fare distinzioni fra gli stati. Si tratta di un'area di civiltà che nel corso di 3.000 anni ha formato la propria storia e la propria cultura rimanendo isolata dal resto del mondo, e che è ancora oggi alla ricerca della sua identità. L'India ci appare più comprensibile perché, in seguito al colonialismo inglese, l'ombra lunga dell'occidente si è distesa sulle sue salde radici culturali aiutandoci a decifrarle.
Si conosce poco anche delle comunità cinesi nelle nostre città. Si tratta di comunità autoreferenti, sia per difficoltà linguistiche e culturali sia perché formate da persone di basso livello socio-culturale. Non è un fenomeno inedito: le Chinatown che sono sorte nel cuore di tante città occidentali, non sono molto diverse, in questo senso, dai quartieri italiani di "Broccolino", negli anni dell'emigrazione italiana verso le Americhe».
La sua passione per la cultura cinese dura da oltre trent'anni. Da dove nasce?
«Più che da una dimensione ideologica - che pure era presente, perché allora si credeva che in Cina si stesse realizzando una sorta di "comunismo buono" - quel che più mi appassionava era la sua lingua, così diversa dalla nostra da portare con sé un pensiero e una logica completamente "altri". Noi possediamo concetti che loro non hanno parole per descrivere, e viceversa. In Cina, ad esempio, non esiste la parola "libertà". Dai primi del Novecento hanno tradotto il concetto ricorrendo alla locuzione "a partire da sé"».
Cosa la stimola oggi a proseguire la sua ricerca?
«Sento di avere ancora tantissimo da scoprire. In questo periodo, m'interessa molto capire quello che rimarrà della Cina, delle sue credenze e degli elementi peculiari della sua cultura. Un patrimonio che è stato in gran parte distrutto dal rullo compressore del realismo socialista e che oggi subisce i duri attacchi di questo nuovo "globale" che uniforma e indebolisce le sue radici già incerte».

MAURO MOLINAROLI

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