Domenica 8 Ottobre 2006 - Libertà
Brividi in sala per l'evento conclusivo di Valtidone festival 2006, giunto quest'anno alla nona edizione
Note da sogno sull'arco di Sollima
Concerto del violoncellista palermitano allo Spazio rotative
PIACENZA - Il violoncello ha i suoni dell'anima. E' uno strumento che si abbraccia, diventa una cosa sola con il corpo di chi lo suona e finisce per esprimerne i pensieri, le luci e le ombre. Ieri sera nello Spazio rotative di via Benedettine, gremito per l'evento conclusivo del Valtidone festival 2006 diretto da Livio Bollani, Giovanni Sollima ha parlato al cuore dei presenti attraverso i suoni del suo violoncello. Parole fatte di armonie, che hanno lasciato in eredità molti quesiti esistenziali. Ma lungo la scia sonora si sono fatte largo mille altre emozioni e inquietudini, stati d'animo che solo un grande artista sa infondere. La prestigiosa serata si è svolta grazie all'editore di "Libertà", Donatella Ronconi. Un degno finale di risonanza internazionale per il festival, il cui massimo sostenitore è la Fondazione di Piacenza e Vigevano, realizzato con l'associazione culturale Tetracordo diretta dallo stesso Bollani in collaborazione con Giancarlo Carraro per le installazioni video, gli Amici della lirica, la compositrice Barbara Rettagliati e sostenuto da Provincia, Regione, Banco di Sicilia ed Engineering 2K. Nel corso della serata, Bollani ha ricordato tutti i comuni coinvolti nella manifestazione, che quest'anno ha spento nove candeline, specificando che il festival rientra nel progetto-musica della Valtidone con i concorsi internazionali e il summer camp. Il primo dei tre progetti presentati dal violoncellista e compositore palermitano, coadiuvato dalla violoncellista croata Monika Leskovar, era tratto da "Barock cello", un piede nel genere classico e l'altro nell'avanguardia. Un fascio di luce illuminava gli esecutori, incarnati nei loro strumenti, in corsa dal Barocco ai Beatles del "White album", con un arrangiamento di "Mother's nature son" spruzzato di effetti psichedelici che piacerebbero senz'altro a George Martin. I fab four sono stati ripresi anche nella finale "I saw her standing there". La lettura di Sollima ha imprecato e poi leggiadra come un volo ha condotto sulle ali di vortici espressivi. E il pubblico, travolto da miriadi di suggestioni che raramente capita di toccare nel mondo della musica contemporanea, ha applaudito generosamente gli esecutori. L'universo di Sollima è proseguito con un tuffo nel mondo onirico, conducendo gli spettatori in un'atmosfera di sogno. Le composizioni, scritte di suo pugno, erano segmenti, sezioni susseguenti come strutture architettoniche, non concatenate, ispirate alla memorabile "Interpretazione" di Sigmund Freud. Per scoprire che l'uomo è fatto soprattutto di sogni, così come la sua storia, ripercorsa in uno spazio temporale sospeso e isolato. Gli stessi frammenti erano presenti nei video, come un domino sparso di profili umani in rigoroso bianco e nero. Durante i dieci brani, Sollima ha ceduto talvolta la mano alla Leskovar, per poi ritrovarla in certi pezzi come il sogno d'amore degli Schumann. Nel carnet della Suite rientravano il solipsismo inquieto di Virginia Woolf e quello più delicato di Emily Dickinson, mentre Calamity Jane chiudeva il cerchio. Molte le ovazioni del pubblico. A seguire una parte di "J. Beuys Song", un'ode alla natura che utilizzava il linguaggio della musica elettronica, levatasi quasi come una protesta in forma artistica per le colpe umane nei confronti della Grande Madre. Nelle performance di Sollima le immagini hanno la loro importanza. Assimilano le onde sonore a visioni fatte, ancora una volta, di sogno. Un po' come le nostre esistenze, percorse da brividi di felicità e di angoscia, comunque vibranti nel breve tratto di meraviglia, che la natura e l'arte riescono a spiegare senza parole. E' stata una grande occasione potersi cullare in questa consapevolezza, condotti dall'estroversa personalità di un musicista che tra i tanti meriti annovera quello di essere un artista profondo, fidato testimone controcorrente di quella Forma suprema, sovente banalizzata in quest'epoca di mancata ricerca, in cui la superficialità è ciò che spesso ci circonda.
Eleonora Bagarotti