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Giovedì 5 Ottobre 2006 - Libertà

«Sul violoncello i respiri dell'anima»
Sollima come Freud: brandelli di pensiero in musica

Valtidone festival - Parla il grande strumentista che sabato alle Rotative di Libertà chiude la rassegna

PIACENZA - «Sono Giovanni, mi dia del tu». Inizia così l'intervista con Giovanni Sollima e prosegue in un dialogo interessante e sorprendente non tanto per la ben nota profondità di pensiero che contraddistingue il lavoro dell'artista («non chiamatemi così, è una parola troppo grossa») quanto per la modestia e la sincerità con le quali il famoso violoncellista e compositore si intrattiene a parlare. Una conversazione allettante, che anticipa quello che è senz'altro uno degli eventi più "alti" che Piacenza ha ospitato quest'anno: il concerto che il violoncellista siciliano terrà sabato alle 21.15 nello Spazio Rotative di Libertà, al numero 66 di via Benedettine, in collaborazione con la violoncellista croata Monika Leskovar. L'ingresso è gratuito fino ad esaurimento dei posti: per accedervi è necessario ritirare i pass d'accesso (massimo due per persona), disponibili a Libertà a partire da domani (venerdì 6 ottobre), che danno diritto al posto a sedere fino alle 21, dopo potranno essere occupati i posti restanti.
La performance è la punta di diamante del Valtidone festival 2006, che nell'occasione conclude la sua felice stagione. L'evento è reso possibile grazie all'editore di Libertà Donatella Ronconi, che rappresenta anche la Fondazione di Piacenza e Vigevano, principale ente sostenitore del Festival. Alla realizzazione, con l'associazione culturale Tetracordo e il direttore artistico Livio Bollani, collaborano Giancarlo Carraro per le installazioni video, gli Amici della Lirica di Piacenza e la compositrice Barbara Rettagliati.
Le musiche di Sollima sono state eseguite in tutto il mondo dalla Filarmonica della Scala diretta da Muti, da Kremer con la Kremerata Baltica, da Bashmet coi Solisti di Mosca e, tra gli altri, da Yo-Yo Mundi, Carolyn Carlson e Bob Wilson. Nel curriculum del maestro palermitano, il cui ultimo cd è Works (Sony), spiccano esperienze teatrali e cinematografiche, da Peter Stein a Peter Greenaway.
A Piacenza Sollima presenterà tre progetti multimediali in collaborazione con la violoncellista croata Monika Leskovar, sui quali sta ancora lavorando in quanto «ogni messa in scena è da pensare fino all'ultimo minuto, in base al luogo dove mi trovo, alla luce, all'atmosfera».
I progetti che presenterà sono multimediali. Le immagini e la musica fluiscono insieme come identità distinte o come un'unica opera?
«Ad essere prioritaria è senz'altro la musica, passa sempre tutto dal suono e da parametri musicali. E' una musica un po' diversa, come se si trattasse di tre brevi-parti. E' la storia dello strumento dall'antichità fino ad oggi, non ci sono mie composizioni. Nel primo progetto non ci sono parti visive, è il violoncello ad essere quasi un'installazione. L'inserimento di immagini è previsto nella parte centrale o finale, non ho ancora deciso. Da un po' di tempo a questa parte presento dei progetti-prototipo ma decido tutto alla fine. Alcuni brani sono nuovi, praticamente in stato di precarietà».
Nel secondo progetto, lei prende in prestito le strutture narrative del lavoro del padre della psicanalisi, Freud. Come le ha rese musicali?
«Freud c'entra con l'idea del sogno, è un pretesto. Ho lavorato su personaggi, ritratti, visi. La struttura narrativa procede a brandelli, per racconti individuali. Quando lavoro non amo le lunghezze ma penso all'architettura e ho la sensazione di individuare un piccolo brandello, che poi imploderà o esploderà. Nell'"Interpretazione dei sogni", il suo capolavoro, Freud procede in questo viaggio nello stesso modo, per brandelli. Nel mio caso, la struttura narrativa diviene musicale ed è come un respiro, non ci sono regole».
Vista la presenza di Freud, c'è un messaggio che lei vuole esprimere?
«Io di solito non invio messaggi. Mi può capitare di chiedere aiuto al pubblico perché sono anch'io pubblico. Quando ascolto un concerto mi piace sentire qualcosa sulla pelle. Spesso i concerti sono standard, perfetti, ma esco dalla sala quasi in forma digitale... Tornando alla musica, in effetti può essere tutto, sociale o politica. Ha qualcosa che la rende più espressiva delle parole e va oltre. Per me che vivo a Palermo e per tutti quelli che fanno il mio mestiere e vivono lì, la forma d'arte è intrinseca al luogo. Palermo è stupenda, ma anche molto drammatica per i fatti accaduti negli ultimi anni, quindi essere un musicista o un artista e vivere lì significa fare una scelta: morire o reagire. La musica, fin da piccolo, mi ha spinto ad alzare le maniche e a trovare un codice mio. Tuttora quando scrivo non uso scrivania, mi piace andare in giro. Sono un po' un fotoreporter. Ora, dopo anni di viaggio, questo viene fuori. Ma la musica può essere tante altre cose e anche il pubblico oggi è molto informato. Io stesso non ho limiti sui generi».
E passa dal Barocco a Hendrix
«Ho lavorato anche sulla musica indiana, su internet. Credo sia molto positivo. Lascio la libertà di lettura al pubblico, ognuno può piangere o ridere sullo stesso brandello. Però la reattività è la cosa che più m'interessa, sul piano umorale ed emotivo. Si può dire che non lancio messaggi ma pongo domande».

Eleonora Bagarotti

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