Venerdì 18 Agosto 2006 - Libertà
Una mano tesa - Piacenza ospita i bambini bielorussi provenienti dalle zone contaminate dopo la tragedia
Giorgietta e i "nipoti" di Chernobyl
Casa Negroni quest'anno ha aperto le porte a 5 ospiti
«Mi chiamano mamma, in realtà sarei la nonna...». Giorgietta Negroni, 73 anni anagrafici ma una vitalità che dimezza il conto, anche quando racconta - sotto nostra insistenza - la sua straordinaria storia di generosità non perde un attimo di vista con gli occhi vivacissimi da furetto, i "suoi" bambini bielorussi che giocano per casa (cinque, uno è in visita medica). Accolti per le vacanze estive, danno il cambio ad altri quattro appena ripartiti. In casa Negroni è capitato che ce ne fossero anche otto contemporaneamente.
Serghej, Artsem, Igor, Mikita e Raman sono allegri e affamati, dopo i giochi di una giornata di pioggia che includono i due cagnetti di casa, Codina e People. Si avvicina finalmente l'ora della merenda. Sulla tovaglietta bianca e rossa si meterializzano due torte alte almeno cinque centimetri, c'è dentro la banana, il succo di frutta e la soia «che fa bene al cervello». Per un po' eccoli occupati a masticare dolce a guance piene, una rarità nelle loro giornate agli istituti di Vitsyebsk o Baranavichy. Città dai nomi impronunciabili, più semplice definirli i bambini di Chernobyl, per i quali l'aria buona, il buon cibo e l'affetto di una famiglia fanno miracoli, anche solo per qualche settimana all'anno.
Mamma, non nonna, Giorgietta lo è da sempre, con due figlie sue ormai adulte e due ragazzi oggi ventunenni, tenuti prima in affido e poi adottati: Renato e Silvano. Ad aprirle queste porte interiori, la frequentazione, molti anni fa, dei missionari don Gianni Cobianchi e don Alfonso Calamari («a quarant'anni non ragionavo così»), e forse anche un'attitudine alla cura degli altri nata con il mestiere di infermiera al reparto di Ortopedia dell'ospedale cittadino. Più recente è la scelta di accogliere tanti bambini ogni estate nella villetta di Piozzano, tramite la fondazione "Aiutiamoli a vivere" nata per favorire il risanamento dei piccoli.
«Otto anni fa è morto mio marito, eravamo già d'accordo per intraprendere questa esperienza, venuto a mancare sono andata avanti da sola. Con una casa così grande...». Sì, però nove bambini in due turni toglierebbero il respiro anche ad una coppia giovane, nel pieno delle forze. «Ma così si fanno compagnia - gira la frittata Giorgietta - uno da solo si intristisce». E c'è un segreto. «Sì, il mio segreto è che questa è la miglior medicina contro la depressione e la solitudine, la consiglio a tanti anziani a cui farebbe benissimo ospitare i bambini. Altro che balli o footing per la terza età, questa sì che è palestra!».
Un entusiasmo contagioso per la comunità che vive attorno a Giorgietta: c'è chi regala tante uova ogni giorno. Formaggiaio, salumiere, fruttivendolo e panettiere sono sempre pronti con quelli che la beneficiata definisce "forfait", cassette di cibi extra-conto. C'è chi lascia al cancello frutta e verdura, o indumenti, parte dei quali vengono sistemati a dovere da sarta-Giorgietta e spediti in Bielorussia. C'è persino chi produce tanto miele da metterne a disposizione un quintale da inviare ai confini russi. Le buone azioni hanno il raggio lungo e l'affetto non finisce con la permanenza, continua a distanza.
Parole poche, quelle essenziali, sigillano la giornata, uno scambio di baci, abbracci e una preghiera comune.
«La stanchezza? Scompare se penso che i bimbi riportano il piatto in cucina e mi dicono grazie mamma. Mi sento ripagata di tutto». Mentre parliamo, c'è chi gioca con un orso di peluche, uno più piccolo sorride vispo. Arrivano il vivacissimo Serghej e il riflessivo Mikita, sguardo vellutato e timido, che ama la pizza e che in Italia cercava anche un papà. Ritornare? «Niet» riesce solo a dire in un soffio. Sarebbe molto meglio restare sotto l'ala di mamma Giorgietta.
Patrizia Soffientini