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Giovedì 17 Agosto 2006 - Libertà

San Sisto e la nostalgia di Raffaello

Diabasis pubblica una guida dedicata alla chiesa piacentina

«Al di là della nostalgia, il ritorno a San Sisto invita a meditare sulle infinite vicissitudini del nostro patrimonio e sul dovere di assumerne l'eredità fin dai momenti che lo hanno strappato al suo luogo naturale» perché «San Sisto resta, a fianco di San Giovanni Evangelista di Parma, Sant'Antonio in Polesine di Ferrara o di Santa Giustina di Padova, un magnifico esempio di questi grandi impianti urbani dell'ordine benedettino, che trovano, attorno al 1500, un nuovo sviluppo artistico di cui la loro architettura e anche i capolavori della pittura sono testimoni».
Chi scrive così della necessità di un ritorno a San Sisto è Edouard Pommier, ispettore generale onorario dei Musei francesi, consigliere culturale dell'Union Latine e professore all'Ecole du Louvre, nell'introduzione a La chiesa di San Sisto a Piacenza, pubblicata nella collana "Belvedere guide" dell'Editrice Diabasis, ultimo frutto della collaborazione con la Fondazione di Piacenza e Vigevano, dopo i volumi sulla basilica di Santa Maria di Campagna, Chiaravalle della Colomba, Vigoleno, Bobbio, Castellarquato e le "Passeggiate archeologiche" piacentine. L'assenza cui fa riferimento Pommier è naturalmente la "Madonna Sistina" di Raffaello (sulla cui straordinaria fortuna nell'immaginario universale si sofferma poi il contributo di Eugenio Gazzola), dipinta per il monastero di San Sisto e venduta ad Augusto III di Sassonia, re di Polonia, nel 1754. «Visitare San Sisto - scrive Pommier - voleva anche dire corrispondere al segnale lanciato da Winckelmann, che nei suoi Pensieri sull'imitazione, prima ancora di lasciare Dresda, evoca il quadro che aveva appena fatto il suo ingresso nella famosa galleria del principe elettore di Sassonia: "Era un quadro che veniva dallo stesso altare del convento di San Sisto a Piacenza. Gli amatori e i conoscitori dell'arte vi si recavano per vedere questo Raffaello"».
La "Madonna Sistina" è stata sostituita sulla parete del coro da una copia, tradizionalmente attribuita a Pietro Antonio Avanzini, morto però - fa notare problematicamente Pommier - nel 1733: «I monaci di San Sisto avevano forse ravvisato in anticipo i problemi finanziari che li avrebbero condotti a vendere il loro Raffaello?», lasciando aperto il quesito: «Ma a chi appartiene dunque questa copia?»
Il celebre quadro rinascimentale fornisce utili indicazioni anche allo storico dell'architettura Bruno Adorni, per suggerire ipotesi su un altro enigma insoluto: la posa della prima pietra della riedificazione progettata da Alessio Tramello tra fine '400 e primi '500 (la fondazione originaria, voluta dall'imperatrice Angilberga, risale all'ottavo decennio del IX secolo). Sarebbe forse avvenuta il 21 giugno 1550, quando in città era presente il cardinale Giuliano della Rovere, futuro papa Giulio II, nipote di Sisto IV e grande protettore della congregazione benedettina di Santa Giustina, insediatasi in San Sisto nel 1425, come illustrato da padre Giovanni Spinelli nel capitolo sulla spiritualità. Adorni osserva gli emblemi dei della Rovere sui paramenti pontificali del dipinto di Raffaello e sottolinea inoltre come la chiesa fosse dedicata a un pontefice santo che portava lo stesso nome, Sisto, dello zio del cardinale. La guida - redatta da più autori che ripercorrono la lunga storia e le numerose testimonianze artistiche della chiesa, corredata da foto a colori e da un glossario - verrà presentata in Fondazione dopo l'estate.

Anna Anselmi

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